Cass. civ., Sez. Un., 11 luglio 2019, n. 18672 (est. Carrato)

Massima:

L’art. 1495, comma 3, c.c. deve essere interpretato nel senso che, al fine di interrompere la prescrizione in materia di diritto al risarcimento nell’ambito di un contratto di compravendita, non è necessario istaurare un giudizio, essendo sufficiente una manifestazione della volontà stragiudiziale in forma scritta.

Ricognizione:

Il contrasto giurisprudenziale

Secondo un primo indirizzo, la prescrizione della garanzia prevista dall’art. 1495, comma 3, c.c. è interrotta dalla manifestazione stragiudiziale al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, anche se il medesimo riservi ad un momento successivo la scelta tra la tutela alternativa di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto. L’interpretazione accolta da tale indirizzo postula la distinzione tra la garanzia, intesa quale situazione giuridica autonoma suscettibile di distinti atti interruttivi della prescrizione, e le azioni edilizie di cui all’art. 1492 c.c., che da essa derivano (Css. Civ., n. 22903/2015).

Su di un versante opposto si attesta altro orientamento, secondo il quale la facoltà riconosciuta al compratore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo ha natura di diritto potestativo a fronte del quale la posizione del venditore è di mera soggezione. Conseguentemente, il termine di prescrizione per l’esercizio di tali azioni può essere interrotto unicamente attraverso la domanda giudiziale (Cass. civ., n. 20705/2017).

Viene quindi sottoposta all’attenzione delle Sezioni Unite la questione che, previa qualificazione dell’istituto della garanzia per vizi nella compravendita, concerne l’individuazione degli atti idonei a interrompere la prescrizione di cui all’art. 1495 c.c., comma 3, ai sensi dell’art. 2943 c.c. e ss., ed in particolare se possa riconoscersi tale effetto anche ad atti diversi dalla proposizione dell’azione giudiziale.

La soluzione delle Sezioni Unite

La massima assise di giustizia civile esordisce attraverso la ricostruzione dei tratti fondamentali della regolamentazione che presiede alla tutela della garanzia per i vizi dell’oggetto della compravendita.

La questione prospettata attiene alla garanzia per il c.d. vizio redibitorio, cioè il vizio che rende la cosa venduta inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuisce in modo apprezzabile il valore (art. 1490 c.c.). Tale garanzia è espressamente contemplata dall’art. 1476 c.c., n. 3, che la include tra le obbligazioni principali del venditore. Gli effetti della garanzia sono delineati dagli artt. 1492 ss. c.c.

L’inquadramento della natura giuridica della garanzia per vizi non è pacifico in giurisprudenza. Essa ha costituito oggetto di ampie e diversificate tesi, che hanno spaziato tra quella che individua nella garanzia una vera e propria assicurazione contrattuale a quella che la colloca nell’ambito della teoria dell’errore, quale vizio del consenso, ovvero da quella che ha posto riferimento all’istituto della presupposizione.

Ad oggi, occorre richiamare il risolutivo inquadramento operato dalle stesse Sezioni Unite con la recente sentenza n. 11748/2019. Con essa, la garanzia per vizi è stata ricondotta ad un tipo di responsabilità contrattuale (seppur peculiare in considerazione della particolare disciplina della vendita) da inadempimento, che deriva dall’inesatta esecuzione del contratto per effetto delle anomalie e/o vizi che inficiano il bene oggetto dell’alienazione. È infatti proprio l’inesistenza di tali vizi che consente di realizzare oltre che il sinallagma genetico anche quello funzionale, puntualizzandosi, però, che la responsabilità relativa alla loro garanzia prescinde da ogni giudizio di colpevolezza basandosi sul dato oggettivo dell’esistenza dei vizi stessi.

L’adesione a tale impostazione teorica produce conseguenze di non poco momento circa l’operatività dei rimedi a tutela del compratore.

Ciò posto, le Sezioni Unite osservano che l’art. 1495, comma 3, c.c. prevede che l’azione di garanzia per i vizi e la mancanza di qualità dovute si prescrive in un anno dalla consegna. La ratio della previsione di un ristretto termine di prescrizione viene prevalentemente rinvenuta nella esigenza di evitare che il decorso del tempo renda eccessivamente gravoso l’accertamento delle cause dei difetti e di salvaguardare la certezza delle sorti del contratto. L’esercizio che ritiene necessaria, ai fini interruttivi, la proposizione dell’azione giudiziale entro un anno non può essere condiviso in quanto l’attuale formulazione diverge da quella adottata nel codice civile del 1865, che affermava espressamente la necessità dell’esperimento dell’azione giudiziale.

Inoltre, nel caso esaminato viene in rilievo non l’esercizio di un singolo specifico potere ma la pretesa contrattuale all’esatta esecuzione del contratto, rispetto alla quale non si frappongono ostacoli decisivi che impediscono l’applicabilità della disciplina generale della prescrizione, ivi compresa quella in materia di interruzione, che ammette la riconducibilità dell’interruzione stessa alla manifestazione di volontà extraprocessuale.

Ciò si inferisce anche dall’art. 1492, comma 2, c.c., il quale, prevedendo che “la scelta è irrevocabile quando è fatta con la domanda giudiziale”, riconnette alla domanda giudiziale la sola impossibilità di rimeditare l’opzione tra risoluzione e riduzione del prezzo.

Ancora, la detta soluzione si lascia preferire anche per una ragione di ordine generale che impatta sul piano socio-economico posto che, per effetto dell’operatività dell’interruzione anche mediante atti stragiudiziali, esiste una plausibile possibilità che il venditore intervenga eventualmente – a seguito della costituzione in mora – eliminando i vizi, così evitando che il compratore debba rivolgersi necessariamente al giudice.

© 2017 Spia al Diritto Designed by AD Web Designer

logo-footer