Cass. civ., Sez. Un., 22 luglio 2019, n. 19681 (est. Cirillo)

Massima:

In tema di rapporti tra il diritto alla riservatezza (nella sua particolare connotazione del c.d. diritto all’oblio) e il diritto alla rievocazione storica di fatti e vicende concernenti eventi del passato, il giudice di merito – ferma restando la libertà della scelta editoriale in ordine a tale rievocazione, che è espressione della libertà di stampa e di informazione protetta e garantita dall’art. 21 Cost. – ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti. Tale menzione deve ritenersi lecita solo nell’ipotesi in cui si riferisca a personaggi che destino nel momento presente l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà che per il ruolo pubblico rivestito; in caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva.

Ricognizione:

Le Sezioni Unite sono chiamate a stabilire i precisi confini che separano il diritto all’oblio e il diritto di cronaca.

Il quadro normativo

La materia in questa risulta regolata attraverso un complesso quadro normativo che involge sia la normativa nazionale che quella Europea.

Imprescindibile punto di partenza sono le disposizioni della nostra Costituzione e, in particolare, gli artt. 2, 3 e 21, che hanno ad oggetto la tutela della persona, il principio di uguaglianza e il diritto di cronaca, inteso come sfumatura del “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”.

Acquista poi rilievo la normativa interna di primo grado, costituita dalla L. n. 47/1948 sulla stampa, dalle norme del codice penale sulla diffamazione e dalla L. n 196/2003 (cd. Codice della privacy).

La normativa interna va poi letta in collegamento con l’art. 8 della CEDU, in base al quale ogni persona “ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza”; lo stesso rilievo acquista l’art. 8 della Carta di Nizza, che prevede il diritto di ogni persona “alla protezione dei dati di carattere personale che la riguardano” e dispone che tali dati siano trattati “secondo il principio di lealtà”.

Di recedente, l’Unione Europea è tornata ad occuparsi del tema attraverso il Regolamento 2016/679/UE (che ha reso necessaria l’emanazione, nell’ordinamento italiano, del D.Lgs. n. 101/2018), che contiene, nel suo art. 17, un preciso riferimento al diritto alla “cancellazione” (tra parentesi definito come “diritto all’oblio”).

La giurisprudenza della Corte di Cassazione

È opportuno considerare che i limiti al corretto esercizio del diritto di cronaca sono stati fissati, almeno nelle linee fondamentali, da una giurisprudenza ormai risalente (Cass. civ., n. 5259/1984, contenente il cd. decalogo del giornalista).

Il diritto all’oblio, invece, ha fatto la sua comparsa soltanto nella sentenza n. 3679/1998, attraverso cui la Suprema Corte ebbe ad evidenziare l’emersione di un nuovo profilo del diritto alla riservatezza, inteso come giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione, a distanza di tempo, di una notizia in passato legittimamente divulgata.

Del resto, la stessa Cassazione ha più volte ribadito che il diritto alla riservatezza, che rinviene il suo fondamento costituzionale nell’art. 2 Cost., ha un contenuto più ampio del diritto alla reputazione e, nel bilanciamento con il diritto di cronaca, è recessivo a condizione che ricorrano tre condizioni, costituite dalla utilità sociale della notizia, dalla verità dei fatti divulgati e dalla forma civile dell’espressione. La Corte ha quindi stabilito che al giornalista è consentito divulgare dati sensibili senza il consenso del titolare né l’autorizzazione del Garante per la tutela dei dati personali, a condizione che la divulgazione sia “essenziale” ai sensi dell’art. 6 del codice deontologico dei giornalisti, e cioè indispensabile in considerazione dell’originalità del fatto o dei modi in cui è avvenuto.

Occorre poi ricordare la sentenza n. 5525/2012, nella quale per la prima volta i giudici di legittimità hanno dovuto affrontare il problema dei rapporti esistenti tra le notizie già pubblicate in passato in quanto attinenti a fatti di interesse pubblico ed il permanere delle stesse nella rete internet. In tale occasione, la Corte ha puntualizzato che se “l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione (art. 21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza (artt. 21 e 2 Cost.), al soggetto cui i dati appartengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio, e cioè a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati, e comunque prive di interesse pubblico legato a particolari esigenze di carattere storico, didattico, culturale.

Anche la giurisprudenza comunitaria si è occupata della questione. In particolare, la sentenza C-131/12 relativa al caso Google Spain, la CGUE ha stabilito che il diritto dell’interessato, derivante dagli artt. 7 e 8 della Carta, a chiedere che un’informazione datata non venga più inclusa in un elenco accessibile tramite Internet prevale, in linea di massima, sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca ed anche su quello del pubblico a reperire tale informazione in rete; a meno che non risultino ragioni particolari, “come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica”, tali da rendere preponderante e giustificato l’interesse del pubblico ad avere accesso a tale informazione.

A conclusioni non dissimili è pervenuta la Corte EDU nella nota sentenza 19 ottobre 2017.

I principi espressi dalle Sezioni Unite

In definitiva, quando si parla di diritto all’oblio ci si riferisce ad almeno tre differenti situazioni:

  1. a) quella di chi desidera non vedere nuovamente pubblicate notizie relative a vicende, in passato legittimamente diffuse, quando è trascorso un certo tempo tra la prima e la seconda pubblicazione (caso all’attenzione della Suprema Corte);
  2. b) quella, connessa all’uso di internet ed alla reperibilità delle notizie nella rete, consistente nell’esigenza di collocare la pubblicazione, avvenuta legittimamente molti anni prima, nel contesto attuale;
  3. c) quella nella quale l’interessato fa valere il diritto alla cancellazione dei dati.

Il massimo organo nomofilattico deve quindi soffermarsi sul primo dei casi menzionati, ma sposta la prospettiva dell’indagine rispetto all’ordinanza interlocutoria. Afferma infatti che, quando un giornalista pubblica di nuovo, a distanza di un lungo periodo di tempo, una notizia già pubblicata, non esercita il diritto di cronaca, ma il diritto alla rievocazione storica (storiografica) di quei fatti.

Il diritto di cronaca (termine che trae la propria etimologia dalla parola greca Kpovoc) attiene al racconto di qualcosa che è attuale, sebbene possa riguardare anche fatti del passato che, per le più svariate ragioni, tornino di attualità; in assenza di questi elementi, però, tornare a diffondere una notizia del passato costituisce esplicazione di un’attività storiografica.

L’attività storiografica, intesa appunto come rievocazione di fatti ed eventi che hanno segnato la vita di una collettività, fa parte della storia di un popolo, ne rappresenta l’anima ed è, perciò, un’attività preziosa, ma non può godere della stessa garanzia costituzionale che è prevista per il diritto di cronaca. Piuttosto, una simile rievocazione deve svolgersi in forma anonima, perché nessuna particolare utilità può trarre chi fruisce di quell’informazione dalla circostanza che siano individuati in modo preciso coloro i quali tali atti hanno compiuto.

In ogni caso, non può essere sindacata la scelta editoriale di un dato quotidiano di procedere alla rievocazione storica di fatti ritenuti importanti in un determinato contesto sociale e territoriale, posto che la scelta di una linea editoriale o piuttosto di un’altra rappresenta una delle forme in cui si manifesta la libertà di stampa e di informazione tutelata dalla Costituzione. Ciò che invece deve verificare il giudice di merito è se, pacifico essendo il diritto alla ripubblicazione di una certa notizia, sussista o meno un interesse qualificato a che essa venga diffusa con riferimenti precisi alla persona che di quella vicenda fu protagonista, perché l’identificazione personale, che rivestiva un sicuro interesse pubblico nel momento in cui il fatto avvenne, potrebbe essere divenuta oggi irrilevante.

In altre parole, il diritto ad informare, che sussiste anche rispetto a fatti molto lontani, non equivale in automatico al diritto alla nuova e ripetuta diffusione dei dati personali.

Tale conclusione è avallata anche dal codice di autoregolamentazione di categoria, il cui art. 3 prevede che il giornalista “rispetta il diritto all’identità personale ed evita di far riferimento a particolari relativi al passato, salvo quando essi risultino essenziali per la completezza dell’informazione” e, “nel diffondere a distanza di tempo dati identificativi del condannato, valuta anche l’incidenza della pubblicazione sul percorso di reinserimento sociale dell’interessato e sulla famiglia”.

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