Cass. civ., Sez. VI, ordinanza 26 luglio 2019, n. 20312 (est. Fiecconi)

Massima:

In tema di responsabilità dell’Ente per danni da cose in custodia, l’abuso edilizio commesso dal privato che aggrava pesantemente la posizione di garanzia cui è tenuta la pubblica amministrazione costituisce fatto in grado di recidere, ex art. 1227 c.c., comma 1, in concreto, il nesso causale tra il bene in custodia della Pubblica Amministrazione e il danno subito dal privato possessore del bene abusivamente costruito, azzerando lo spettro di responsabilità ex art. 2051 c.c., della pubblica amministrazione.

Ricognizione:

Il Comune di Positano ricorre contro la sentenza della Corte di Appello di Salerno che condannava lo stesso a risarcire, ai sensi dell’art. 2051 c.c., una quota parte dei danni patrimoniali subiti da determinati immobili di proprietà di privati a causa di una esondazione di acqua e fango provocata da una falla presente nelle tubazioni comunali.

Nell’affrontare la questione, i giudici di legittimità ribadiscono di aderire al tradizionale orientamento che ricostruisce la responsabilità da cose in custodia, di cui al summenzionato art. 2051 c.c., in termini di responsabilità oggettiva, con la conseguenza che, in tema di danno cagionato da beni demaniali, grava sulla P.A. custode l’onere di provare la sussistenza di una situazione la quale imponga di qualificare come fortuito il fattore di pericolo dal quale è poi scaturito il danno.

Puntualizzano, però, che occorre considerare anche la rilevanza causale dell’azione riconducibile al danneggiato, atteso che il risarcimento va commisurato tenendo conto dell’impatto che ha avuto, nella causazione del danno, la condotta colposa del danneggiato, ex art. 1227, comma 1, c.c.

Ebbene, il carattere di assoluta abusività dell’immobile che ha subito il danno è certamente in grado di determinare l’effetto di esclusiva efficienza causale sul piano degli eventi causativi del danno stesso. Se è vero infatti che il riconoscimento della natura oggettiva del criterio di imputazione della responsabilità custodiale si fonda sul dovere di precauzione imposto all’ente pubblico, è altrettanto vero che l’imposizione di un dovere di cautela in capo a chi entri in contatto con la cosa risponde a un principio di solidarietà (ex art. 2 Cost.), che comporta la necessità di adottare condotte idonee a limitare entro limiti di ragionevolezza gli aggravi per i terzi, in nome della reciprocità degli obblighi derivanti dalla convivenza civile.

In precedenti riferiti allo specifico tema della espropriazione per pubblica utilità è rinvenibile un simile ragionamento, e precisamente ove si è sancita la insussistenza del diritto di indennizzo da esproprio per opere abusivamente costruite, a meno che alla data dell’evento ablativo non risulti già rilasciata la concessione in sanatoria.

La ratio sottesa a tale affermazione di principio è inoppugnabile: il diritto soggettivo ad essere risarcito del danno provocato da fatto illecito altrui non può infatti comportare un arricchimento ingiustificato per chi, costruendo un immobile in assenza di ius aedificandi, è onerato di non aggravare le responsabilità della Pubblica Amministrazione nei confronti dei terzi che entrino in contatto con la cosa in sua custodia.

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