Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 21 febbraio – 27 maggio 2019, n. 3428 (Est. Forlenza)

Massima:

E’ errato ritenere che il danno subito dal proprietario privato del possesso per effetto dell’occupazione del suolo preordinato all’espropriazione rientri nella categoria del cd. “danno–conseguenza” con la necessità, pertanto, di dimostrare il danno subito.

Ricognizione:

Nel caso di occupazione illegittima il danno è “in re ipsa”, poiché esso coincide con la temporanea perdita della facoltà di godimento inerente al diritto di proprietà (danno “conseguente”) id est con l’incisione sul contenuto proprio del diritto di proprietà (quello afferente alla sfera delle facoltà).

Ogni danno è “conseguenza” di un evento e, in quanto tale, da questo, sia pure in misura diversa, distinguibile; e tale distinzione dipende dalla natura dell’illecito (contrattuale o extracontrattuale), ovvero a seconda che il danno di cui si postula il risarcimento sia subìto dalla posizione giuridica del soggetto nella cui sfera subiettiva si è prodotto l’evento, ovvero da altro soggetto a questi legato da relazioni contrattuali o, comunque, rilevanti per l’ordinamento e da questo protette. Il problema, dunque, non consiste nella configurazione ontologica del danno (che – naturalisticamente – costituisce sempre una perdita nell’ambito di una situazione soggettiva, come affermato da Corte Cost., n. 372/1994), ma attiene alla natura della situazione soggettiva ed al rapporto che intercorre tra questa e l’evento lesivo.

La questione sottoposta all’esame del Consiglio di Stato, Sezione IV, che si è pronunciato con sentenza 3428 depositata il 27 maggio 2019 ha riguardato il ricorso di alcuni proprietari volto ad ottenere il risarcimento del danno subito per effetto della occupazione illegittima di una parte della loro proprietà nel Comune di Teramo (pari a mq. 755), ai fini della realizzazione della viabilità di collegamento A24, lotto – via Gammarana. Strada che, peraltro, non è mai stata realizzata per espressa rinuncia del Comune.

A tale proposito, la Sezione ha affermato che le “vicende” della perdita di godimento del bene vanno considerate in modo autonomo rispetto a quelle della perdita del diritto di proprietà (sia nelle ipotesi risalenti di cd. accessione invertita, sia nelle ipotesi di rinuncia abdicativa del diritto di proprietà, etc.). La Sezione, nel caso specifico, ha ritenuto di conformarsi alla giurisprudenza amministrativa, evidenziando, peraltro, come non sia possibile accedere all’inquadramento del danno da perdita della facoltà di godimento del bene nella categoria del “danno-conseguenza”.

Il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno per perdita del godimento del bene si fonda sulla perdita della facoltà di godimento connessa al diritto di proprietà e, dunque, sulla perdita parziale del contenuto del diritto medesimo. E’ per questo che si può: sia escludere la ricomprensione di tale tipologia di danno tra quelle rientranti nella categoria del “danno-conseguenza”, sia riaffermare che, in tale ipotesi, il danno è “in re ipsa” (previa definizione dell’esatto significato da attribuire a tale espressione), con la conseguenza che non incombe un particolare onere probatorio della sussistenza del medesimo a carico del proprietario, mentre incombe sull’amministrazione occupante l’onere di provare “che il proprietario si sia intenzionalmente disinteressato dell’immobile” o, più propriamente, che una concreta e comprovata situazione del rapporto tra proprietario e bene (il cd. lato interno del diritto soggettivo di proprietà) possa far escludere la sussistenza del profilo di danno.

Quanto al primo degli aspetti evidenziati (non inquadrabilità del danno quale “danno-conseguenza”), pur senza ripercorrere (se non per ampie linee) un denso e pluriennale dibattito, il Collegio ha voluto ricordare che la distinzione tra “danno-evento” e “danno-conseguenza” è stata formulata (e correntemente utilizzata ab initio) dalla giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione con riferimento specifico ai danni non patrimoniali (o, come risalentemente definiti, “morali”), e per di più – pur nei limiti di tale ristretto ambito – non senza ripensamenti e precisazioni.

Come ha avuto a suo tempo modo di affermare la Corte costituzionale “il danno – biologico (o fisiologico) è danno specifico, è un tipo di danno, identificandosi con un tipo di evento. Il danno morale subiettivo è, invece, un genere di danno – conseguenza, che può derivare da una serie numerosa di tipi di evento; così come genere di danno – conseguenza, condizione obiettiva di risarcibilità, è il danno patrimoniale, che, a sua volta, può derivare da diversi eventi tipici”.

Secondo la Corte costituzionale, dunque, l’oggetto del risarcimento “non può consistere se non in una perdita cagionata dalla lesione di una situazione giuridica soggettiva”, tanto è vero che la lesione del diritto alla salute deve essere ammessa “indipendentemente dalla dimostrazione di perdite patrimoniali”, poiché oggetto del risarcimento è “la diminuzione o la privazione di valori della persona inerenti al bene protetto”. Dunque, oggetto della verifica da parte del giudice è la situazione giuridica soggettiva, al fine di accertare se questa, dopo un evento che si assume lesivo, inerisca ancora al suo titolare nella pienezza (o meno) della sua conformazione ordinamentalmente riconosciuta, con la conseguenza che, laddove vi fosse stata la sua perdita ovvero una diminuzione e/o perdita delle facoltà e/o dei poteri inerenti alla situazione soggettiva, ciò evidenzia un danno in senso obiettivo (“in re ipsa”) ed il corrispondente diritto al risarcimento. In sostanza, non occorre prova del danno perché “la diminuzione o la privazione”, in tutto o in parte, della posizione soggettiva nel suo lato interno (in relazione cioè al bene protetto) è già ex se lesione comprovata e che, come tale, postula risarcimento.

Nel caso specifico, la Sezione ha sottolineato che oggetto “immediato” del comportamento illecito e lesivo della pubblica amministrazione è la facoltà di godimento del bene inerente al diritto di proprietà, cioè una parte del contenuto tipico di tale diritto. Lo spossessamento del bene immobile – cioè della cosa/bene oggetto del proprio diritto – subito dal proprietario comporta ex se lesione (parziale) di quel diritto, in quanto esclude il dispiegamento della connessa facoltà di godimento.

In questo caso, il danno subito dal titolare del diritto “coincide” con l’evento illecitamente prodotto e non ne è conseguenza “indiretta”, se tale termine postula (come si deduce da Cass. sez. un. nn. 8827 ed 8828 del 2003) l’indagine su un ulteriore nesso causale ed una ulteriore e specifica allegazione probatoria. La perdita della facoltà di godimento è certamente “conseguenza diretta” (ma) del comportamento attivo di occupazione del suolo e dell’evento “occupazione”, poiché essa discende dal medesimo nesso di causalità che lega condotta ed evento, e non abbisognando di un nesso di causalità ulteriore, che richiede una ulteriore allegazione probatoria, finisce con il coincidere, percettivamente, con quest’ultimo.

Il riconoscimento “in astratto” del diritto al risarcimento ha comportato la decisione di nomina di un verificatore al fine di provare la entità del danno subito dall’appellante per perdita del godimento del bene oggetto di occupazione illegittima, nonché al fine di verificare la effettiva sussistenza del danno dalla medesima lamentato “per non avere potuto utilizzare le porzioni non occupate del proprio terreno, il quale costituiva un unicum funzionale ed economico”.

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