Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Sicilia, sentenza 5 giugno 2019, n. 530, (Est. Simonetti)

Massima:

Il recesso di una p.a. da una società partecipata è legittimo quando è imposto dal d.lgs. n. 175/2016, nulla importando la mancanza dei presupposti richiesti dall’art. 2437 c.c..

Ricognizione:

Ai sensi degli artt. 4 e 24 del d.lgs. 175/2016, le amministrazioni pubbliche non possono “mantenere” partecipazioni, anche di minoranza, in società aventi per oggetto attività di produzione di beni o servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali.

Orbene, Consiglio ha osservato al riguardo che “Questo Collegio deve richiamare le finalità che sono alla base del t.u. e, prima ancora, delle diverse disposizioni che, specie a far data dal 2006, lo hanno preceduto. Disposizioni mosse dall’intenzione del legislatore di porre un argine al proliferare delle società pubbliche, laddove non strettamente necessarie per il perseguimento delle finalità istituzionali dei singoli enti pubblici, a tutela sia della concorrenza che della sostenibilità della finanza pubblica.

Seguendo questo obiettivo – che, invero, una pubblica amministrazione maggiormente consapevole del proprio ruolo avrebbe potuto e dovuto conseguire anche senza l’intervento del legislatore – sono stati posti dei limiti alla capacità di diritto privato delle pubbliche amministrazioni, specie a livello locale, accentuando il profilo del cd. vincolo di scopo, vietando loro di costituire società e di mantenerne la partecipazione, ove non strettamente necessario.

Su un piano ancora più generale, intervenendo nel tormentato dibattito sulla natura delle società pubbliche, il legislatore, con una norma del 2012 oggi riprodotta all’art. 1, co. 3, del t.u., ha chiarito come “Per tutto quanto non derogato dalle disposizioni del presente decreto, si applicano alle società a partecipazione pubblica le norme sulle società contenute nel codice civile e le norme generali di diritto privato”. Una vera e propria clausola ermeneutica generale, dunque, che deve ammonire l’interprete come il diritto privato sia la regola e le deviazioni da tale modello siano delle eccezioni”.

Ha aggiunto che “Quanto infine alla dedotta violazione dell’art. 2437 c.c., di cui secondo la ricorrente in primo grado non ricorrerebbero i presupposti, il Collegio deve sottolineare come il t.u. non preveda una disciplina di dettaglio in ordine alle modalità di alienazione delle partecipazioni sociali, non fornendo al riguardo indicazioni specifiche, fatto salvo il rispetto dei principi di pubblicità, trasparenza e non discriminazione.

Nel silenzio del legislatore si è posto, nei primi commenti, il tema dell’alternativa tra il modello dell’evidenza pubblica e quello della negoziazione diretta. Il richiamo nell’atto impugnato all’istituto del “recesso” deve intendersi riferito a quanto disciplinato dal c.c. agli artt. 2437 e ss., dove è previsto un procedimento (si intende, di diritto privato) volto a determinare il valore delle azioni del recedente, sulla base del quale gli amministratori debbono offrirle in opzione agli altri soci della società; con la previsione che, qualora i soci non acquistino in tutto o in parte le azioni del recedente, gli amministratori possono collocarle presso terzi ovvero saranno acquistate da parte della società (gli artt. 2437-ter e quater sono comunque richiamati dall’art. 24, co. 5, del t.u., sebbene nell’ipotesi in cui la ricognizione non sia fatta o ad essa non segua l’alienazione, prevedendosi in tal caso una sorta di recesso ex lege, a conferma ulteriore della doverosità che impronta il t.u.)”.

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