Cass. Pen., Sez. VI, 30 aprile 2019, n. 17980 (Est. Bassi)

Massima

In relazione alla condotta di chi, vantando un’influenza – effettiva o meramente asserita – presso un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio, si faccia dare denaro e/o altre utilità come prezzo della propria mediazione, sussiste piena continuità normativa tra la fattispecie di cui all’art. 346 c.p. formalmente abrogata dall’art. 1, comma 1 lett. s), legge 9 gennaio 2019, n. 3, e la fattispecie di cui all’art. 346 bis c.p., come novellato dall’art. 1, comma 1 lett. t), stessa legge.

Ricognizione

Con la sentenza in epigrafe i giudici di legittimità sono chiamati ad operare una nuova valutazione del rapporto normativo tra i delitti di millantato credito e traffico di influenze illecite. Come è noto il legislatore del 2012, con la legge n. 190, aveva introdotto il reato di cui all’art. 346 bis c.p. in relazione al quale si discuteva dei rapporti con la fattispecie di millantato credito allorquando le ipotesi venute in considerazione dinanzi alle autorità giudiziarie, benché integranti la nuova ipotesi del traffico di influenze illecite, fossero state qualificate ex art. 346 c.p.

Sul punto, la Cassazione osservò che in realtà il legislatore, con la riforma del 2012, aveva accolto l’interpretazione che già da tempo era fornita dalla Nomofilachia in virtù della quale nel delitto di millantato credito venivano ricomprese tanto le ipotesi della venditio fumi quanto quelle in cui effettivamente venivano vantate relazioni esistenti con un pubblico ufficiale.

Conseguentemente la Corte di Cassazione dichiarò la continuità normativa tra l’art. 346 c.p. e la fattispecie di nuovo conio ex art. 346 bis c.p.

Successivamente, il legislatore, di recente, è tornato a mettere mano ai reati contro la pubblica amministrazione. In particolare con legge 9 gennaio 2019, n. 3, il novellatore ha abrogato l’art. 346 c.p. ed ha inglobato la condotta ivi prevista nell’art. 346 bis c.p., che sanziona, appunto, il traffico di influenze illecite.

Nel recepire indicazioni sovranazionali, il legislatore ha riscritto il delitto di traffico di influenze illecite che, nella formulazione attualmente vigente, punisce anche la condotta del soggetto che si sia fatto dare o promettere da un privato vantaggi personali – di natura economica o meno -, rappresentandogli la possibilità di intercedere a suo vantaggio presso un pubblico funzionario, a prescindere dall’esistenza o meno di una relazione con quest’ultimo. Ciò a condizione che l’agente non eserciti effettivamente un’influenza sul pubblico ufficiale o sul soggetto equiparato e non vi sia mercimonio della pubblica funzione, dandosi, altrimenti, luogo a taluna delle ipotesi di corruzione previste da detti articoli.

La norma equipara, dunque, sul piano penale la mera vanteria di una relazione o di credito con un pubblico funzionario soltanto asserita ed in effetti insussistente (condotta, come detto, precedentemente sanzionata dal reato di millantato credito di cui all’art. 346 c.p. ) alla rappresentazione di una relazione realmente esistente con il pubblico ufficiale da piegare a vantaggio del privato.

La Corte, delineato l’ambito della recente riforma in materia, procede ad esaminare se ci si trovi al cospetto di un’autentica abolitio criminis (art. 2, comma 2, c.p.), con conseguente esclusione della rilevanza penale del fatto, o solo di un’abrogatio sine abolizione, da ricondurre nell’ambito di operatività dell’art. 2, comma 4, c.p., che comporta la persistente rilevanza penale del fatto commesso anteriormente all’entrata in vigore della nuova disciplina, ancorché allo stesso debba applicarsi la legge successiva, se più favorevole.

Sul punto, la Suprema Corte ha chiarito che tra il previgente art. 346 ed il rinovellato art. 346 bis c.p. sussiste un nesso di continuità che consente di sussumere la vicenda successoria nell’ambito di operatività del comma 4 dell’art. 2 c.p.

Invero, salvo che per la previsione della punibilità del soggetto che intenda trarre vantaggi da tale influenza ai sensi del comma secondo del “nuovo” 346 bis c.p. e la non perfetta coincidenza fra le figure verso le quali la millanteria poteva essere espletata, la norma di cui all’art. 346 bis di recente riformulata sanziona le medesime condotte già contemplate dall’art. 346 abrogato.

In particolare, la fattispecie incriminatrice di traffico d’influenze, come riscritta, punisce la condotta di chi “sfruttando o vantando relazioni esistenti o asserite” con un funzionario pubblico “indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro od altra utilità come prezzo della propria mediazione illecita” “ovvero per remunerarlo in relazione all’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri”.

Detta condotta certamente ingloba la precedente contemplata dall’art. 346 c.p., là dove sanzionava la condotta di chi “millantando credito” presso un funzionario pubblico (con la differenza quanto all’impiegato di cui si è già detto) “riceve o fa dare o fa promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione” (comma primo) ovvero “col pretesto di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare” (comma secondo).

Sostanzialmente sovrapponibili sono, invero, tanto la condotta “strumentale”, quanto la condotta “principale” di ricezione o di promessa, per sé o per altri, di denaro o altra utilità.

I giudici di legittimità. accertata la continuità normativa fra la previgente incriminazione di millantato credito di cui all’art. 346 e quella di cui al riformato delitto di traffico d’influenze previsto dall’art. 346 bis, passano a verificare, quindi, quale sia la norma più favorevole cui il legislatore attribuisce l’attitudine a normare un fatto avvenuto in costanza di diverse leggi, in successione tra loro.

Comparando il trattamento sanzionatorio delle due norme incriminatrici, è evidente come più mite sia quello previsto dall’art. 346-bis c.p.

Da un lato, la fattispecie vigente è punita con la sola pena detentiva mentre il previgente millantato credito era sanzionato congiuntamente con le pene detentiva e pecuniaria; dall’altro, l’attuale incriminazione prevede la pena massima di quattro anni e sei mesi di reclusione, mentre il massimo edittale della pena detentiva del previgente art. 346 era fissato in cinque anni.

Infine, individuata la norma più favorevole tra le due in quella che sanziona il traffico di influenze illecite, i Giudici di legittimità, in ossequio al disposto dell’art. 2, comma 4, c.p., ritengono illegale la pena inflitta all’imputato dalla Corte territoriale di Milano, nel caso di specie, in relazione al delitto di millantato credito.

Ed infatti, i giudici della Suprema Corte chiariscono che il diritto dell’imputato, desumibile dal predetto art. 2, comma quarto, c.p., ad essere giudicato in base al trattamento più favorevole tra quelli succedutisi nel tempo, comporta per il giudice della cognizione il dovere di applicare la lex mitior anche nel caso in cui la pena inflitta con la legge previgente rientri nella nuova cornice sopravvenuta, in quanto la finalità rieducativa della pena ed il rispetto dei principi di uguaglianza e di proporzionalità impongono di rivalutare la misura della sanzione, precedentemente individuata, sulla base dei parametri edittali modificati dal legislatore in termini di minore gravità.

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