Cass. Civ., Sez. III, 18 aprile 2019, n. 10812 (Est. Scarano) 

Massima

Al fattore naturale non imputabile privo di interdipendenza funzionale con l’accertata condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata, non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra detta condotta e l’evento dannoso, appartenendo a una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui si inserisce il contegno del sanitario, bensì unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, potendosi così pervenire – sulla base di una valutazione da effettuarsi, in difetto di qualsiasi automatismo riduttivo, con ragionevole e prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto – solamente a una delimitazione del quantum del risarcimento.

Ricognizione

La sentenza in commento (n. 10812/19, depositata il 18 aprile) trae origine da una decisione della Corte d’Appello di Caltanisetta che, in parziale accoglimento del gravame proposto da un medico di un ospedale siciliano, ha ridotto l’ammontare dei danni riconosciuti agli originari attori dal Giudice di primo grado in conseguenza dei danni neonatali sofferti dalla loro figlia al momento della nascita.

La Corte di merito ha confermato la responsabilità – già ravvisata dal Giudice di prime cure – del medico per non avere sottoposto la madre della piccola a tutti gli esami strumentali necessari ed imposti dai dati obiettivi per accertare la grave sofferenza di un feto e le condizioni di un altro, in parto gemellare, al fine di assicurare un rapido trasferimento della puerpera per il parto presso un’altra struttura attrezzata con “Unità di Terapia Intensiva Prenatale”.

Nonostante quanto sopra la Corte ha tuttavia rideterminato l’ammontare del risarcimento riconosciuto all’esito del giudizio di primo grado in considerazione della presenza di un fattore naturale non imputabile idoneo a generare l’evento dannoso, caratterizzato da un c.d. distress respiratorio da deficit di surfattante del quale era affetta la neonata, non considerato dai Giudici di primo grado.

Nella propria articolata decisione, i giudici della Suprema Corte hanno analiticamente ricostruito l’evoluzione della giurisprudenza della Corte di Cassazione in tema di responsabilità delle strutture sanitarie ex se e per fatto dell’ausiliario, rilevando preliminarmente la responsabilità contrattuale delle prime per fatto proprio, ex art. 1218 c.c., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura e per fatto altrui, ex art. 1228 c.c., ove siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui le stesse si avvalgono e precisando che il rapporto in base al quale il debitore è chiamato a rispondere non può essere distinto tra comportamento doloso ovvero colposo del soggetto agente.

In tale contesto, la struttura sanitaria risponde direttamente di tutte le ingerenze dannose che al dipendente o al terzo preposto – della cui opera comunque si è avvalso – sono state rese possibili dalla posizione conferitagli rispetto al creditore/danneggiato, e cioè dei danni che ha potuto arrecare in ragione di quel particolare contatto cui e risultato esposto nei suoi confronti il creditore (nel caso di specie rappresentato dalla gestante/partoriente e il feto/neonato).

La struttura sanitaria è infatti direttamente responsabile allorquando l’evento dannoso risulti, come nella specie, da ascriversi alla condotta colposa posta in essere (anche a sua insaputa) dal medico, della cui attività essa si è comunque avvalsa per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale.

Si tratta allora di delineare i criteri valevoli a delimitare la giuridica rilevanza delle conseguenze dannose eziologicamente derivanti dal danno evento costituenti integrazione del rischio specifico posto in essere dalla condotta (dolosa o) colposa del debitore/danneggiante, che a tale stregua solo a carico del medesimo, e non anche sul creditore/danneggiato, devono gravare.

In presenza di danni conseguenza (aggravamento/morte) costituenti effetto delle eccezionali condizioni personali del danneggiato (a titolo esemplificativo, emofilia, cardiopatia, allergia rara, ecc.) ovvero del fatto successivo del terzo – e in particolare del medico (i.e. cura errata, errato intervento medico, ecc.), non può invero pervenirsi a ridurre o escludere anche il relativo risarcimento in favore della vittima.

II danneggiato rimane infatti agli stessi specificamente esposto in conseguenza dell’antecedente causale determinato dalla condotta colposa (o dolosa) del debitore/danneggiante (come posto in rilievo anche da autorevole dottrina, che lo indica quale “danno diretto”), quest’ultimo dovendo pertanto risponderne (anche) sul piano risarcitorio.

Diverso è il caso in cui, come nel caso in esame, si sia in presenza di un pregresso fattore naturale non legato all’altrui condotta colposa da un nesso di interdipendenza causale.

Infatti, secondo la Corte, allorquando un pregresso fattore naturale non imputabile venga individuato quale antecedente che, pur privo di interdipendenza funzionale con l’accertata condotta colposa del sanitario, sia dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata, a esso non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione della struttura dell’illecito, e in particolare dell’elemento del nesso di causalità tra tale condotta e l’evento dannoso, appartenendo a una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui quest’ultima si inserisce.

Al medesimo può assegnarsi rilevanza unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, e conseguentemente pervenirsi – sulla base di una valutazione da effettuarsi, in difetto di qualsiasi automatismo riduttivo, con ragionevole e prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto – alla delimitazione del quantum del risarcimento dovuto dal responsabile.

Per tale ragione, conclude la Corte, al fattore naturale non imputabile privo di interdipendenza funzionale con l’accertata condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata, non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra detta condotta e l’evento dannoso, appartenendo a una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui si inserisce la condotta del sanitario, bensì unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, potendosi così pervenire – sulla base di una valutazione da effettuarsi, in difetto di qualsiasi automatismo riduttivo, con ragionevole e prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concrete – solamente a una delimitazione del quantum del risarcimento.

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