Cass. Pen., sez. I, ordinanza, 10 aprile 2019, n. 15768 (Est. Binenti)

Massima

È rimessa alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione il seguente quesito: “Se sia configurabile il reato di cui all’art. 416 bis c.p. con riguardo a una articolazione periferica (cd. “locale”) di un sodalizio mafioso, radicata in un’area territoriale diversa da quella di operatività dell’organizzazione “madre”, anche in difetto della esteriorizzazione, nel differente territorio di insediamento, della forza intimidatrice e della relativa condizione di assoggettamento e di omertà, qualora emerga la derivazione e il collegamento della nuova struttura territoriale con l’organizzazione e i rituali del sodalizio di riferimento”.

Ricognizione

Con la sentenza in epigrafe i giudici della Suprema Corte affrontano la questione inerente la qualificazione giuridica di un’articolazione locale di un sodalizio mafioso. Più in particolare i giudici della Prima sezione, nel ravvisare un contrasto interpretativo, ritengono di rimettere la questione al vaglio delle Sezioni Unite perché venga chiarito se in tema di ramificazioni territoriali delle associazioni mafiose sia sufficiente riscontrare un mero collegamento con l’associazione madre ovvero sia necessario che la struttura locale ponga in essere un’effettiva esteriorizzazione del metodo mafioso come puntualmente richiesto dall’art. 416 bis, comma 3 c.p.

Nel caso di specie, la Corte territoriale di Reggio Calabria, nel decidere sull’imputazione di partecipazione ad una consorteria mafiosa ex art. 416 bis comma 3 c.p. ascritta a due soggetti per aver partecipato ad una “locale” di ‘ndrangheta in territorio svizzero, da un lato non smentisce l’assenza di manifestazioni (“eclatanti”) della nnafiosità nel territorio svizzero, dall’altro mostra di ritenere però in sé decisivi, ai fini della configurazione del reato contestato, il reciproco riconoscimento tra la “locale” e la “casa madre” calabrese e il manifestarsi dell’esportazione da parte della prima di metodi, cariche, rituali, gerarchie e attitudine all’uso della violenza propri della seconda.

In altri termini, appare fondamentale comprendere se se per la configurabilità del reato previsto dall’art. 416 bis c.p. a carico di coloro che sono accusati di fare formalmente parte di “locali” della ‘ndrangheta, fosse sufficiente la mera costituzione dell’articolazione in questione in territorio storicamente estraneo al fenomeno mafioso ovvero se questa dovesse esteriorizzare in loco la propria “mafiosità”, in modo da dare un concreto contributo causale alla “casa madre”.

Al riguardo devono considerarsi due diversi orientamenti espressi dalla giurisprudenza di legittimità aventi effetti applicativi opposti ai fini della soluzione del quesito circa l’esistenza del reato.

Secondo un primo indirizzo, per qualificare come mafiosa un’organizzazione criminale è già sufficiente la capacità potenziale, anche se non attuale, di sprigionare per il solo fatto di esistere, una carica intimidatrice idonea a piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano in contatto con gli affiliati della medesima organizzazione.

Per un secondo orientamento, invece, ai fini dell’integrazione della fattispecie è sempre necessario che l’associazione abbia in concreto conseguito nell’ambiente nel quale essa opera un’effettiva capacità di intimidazione, con la conseguenza che tale capacità deve avere una esteriorizzazione in forme di condotta positive.

Il contrasto interpretativo, peraltro, si anima sullo sfondo delle questioni dogmatiche inerenti alla distinzione tra reati associativi “puri” e reati associativi a struttura “mista”.

In particolare, la Cassazione, in numerose pronunce, chiarisce che in casi di tal fatta è da escludere che ci si trovi dinanzi ad un reato associativo “puro” che come tale si perfeziona sin dal momento della costituzione di una organizzazione illecita che abbia semplicemente programmato l’uso della forza di intimidazione e dello sfruttamento delle conseguenti condizioni di assoggettamento e omertà per la realizzazione degli obiettivi indicati dalla norma.

In senso opposto a tale ultima lettura depone l’espressione «si avvalgono», che rende esplicita, ai fini della consumazione del reato, la necessità che l’ente faccia un uso effettivo del metodo mafioso. Tale metodo costituisce il mezzo e il modo con cui l’associazione può raggiungere gli scopi indicati dalla norma.

Sicché esso rivela il nesso di strumentalità che manifesta all’esterno l’essenza stessa della fattispecie delittuosa rendendola empiricamente individuabile sul piano oggettivo, conformemente ai principi di materialità e tassatività di cui all’art. 25 Cost. Da qui, di conseguenza, l’impossibilità di prescindere dall’attualità e concretezza del citato requisito.

In conclusione, la Cassazione ravvisa nelle divergenze interpretative non una mera disomogeneità d’approccio bensì nella diversa concezione delle stesse caratteristiche strutturali della fattispecie tipica.

Come accennato, infatti, mentre un indirizzo pretorio richiede una capacità di intimidazione non solo potenziale, ma attuale, effettiva e obiettivamente riscontrabile, capace di piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano a contatto con i componenti dell’associazione.  L’altro indirizzo, invece, ritiene che si tratti di fattispecie di mero pericolo.

Per cui alla luce delle suesposte considerazioni giuridiche e sussistendo i presupposti di cui all’art. 618 c.p.p., la questione è stata rimessa alle Sezioni Unite, perché rispondano al quesito: “Se sia configurabile il reato di cui all’art. 416 bis c.p. con riguardo a una articolazione periferica (cd. “locale”) di un sodalizio mafioso, radicata in un’area territoriale diversa da quella di operatività dell’organizzazione “madre”, anche in difetto della esteriorizzazione, nel differente territorio di insediamento, della forza intimidatrice e della relativa condizione di assoggettamento e di omertà, qualora emerga la derivazione e il collegamento della nuova struttura territoriale con l’organizzazione e i rituali del sodalizio di riferimento”.

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