Cass. Pen., Sez. I, 08 giugno 2017, n. 28651 (est. Centonze)

 

Massima:

Nell’ambito del procedimento di prevenzione patrimoniale, non viola i principi di imparzialità e di terzietà del giudice il decreto di sequestro disposto, in via provvisoria, dallo stesso collegio che avrebbe dovuto decidere sulla confisca di prevenzione, richiesta dal procuratore della repubblica, se adottato nella fase interinale dello stesso giudizio.

Ricognizione:

Con la sentenza in epigrafe i giudici di legittimità affrontano la questione inerente l’applicabilità, al giudizio di prevenzione patrimoniale, dell’istituto della ricusazione del giudice ex art. 37 c.p.p.

In particolare, il ricorrente aveva dedotto la violazione di detta norma, e della normativa unionale, in materia di imparzialità e terzietà del giudice, atteso che l’identità soggettiva dei componenti del Collegio che aveva emesso il decreto di sequestro dei beni del proposto, in via provvisoria, con quelli del Collegio che avrebbe dovuto decidere sulla confisca di prevenzione richiesta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, rendeva evidente come tale delibazione costituisse un’anticipazione del giudizio di pericolosità sociale del prevenuto.

Preliminarmente, la Suprema Corte evidenzia che le norme sull’incompatibilità del giudice come causa di ricusazione traggono il proprio fondamento dal sistema di garanzie. Le norme sull’imparzialità dell’autorità giudiziaria, previste per il processo di cognizione, sono pacificamente applicabili al procedimento di prevenzione in quanto compatibili.

Ne consegue che nel procedimento di prevenzione trovano applicazione tutte le disposizioni volte a garantire la terzietà e l’imparzialità del giudice, previste per il processo di cognizione, in conseguenza della natura pienamente giurisdizionale del procedimento di prevenzione.

Sul punto, non si può non richiamare la giurisprudenza consolidata della Nomofilachia, secondo la quale la ricusazione del giudice è ammessa anche nel procedimento di prevenzione, considerato che ad esso sono applicabili, in quanto compatibili, le norme del processo penale (art. 4, ult. comma, L. n. 1423 del 1956) e, quindi, anche quelle preordinate a garantire la terzietà e l’imparzialità del giudice, avuto riguardo alla natura giurisdizionale del procedimento de quo (cfr. Sez. 5, n. 3278 del 16/10/2008, dep. 2009, Nicitra, Rv. 242942).

Si deve ritenere pacifica l’applicazione, al procedimento di prevenzione, delle norme in materia di ricusazione, che mirano ad assicurare al proposto un giudice imparziale, principio, questo, che costituisce il fondamento dei canoni costituzionali del giusto processo, che devono essere osservati anche nel procedimento di prevenzione.

Al riguardo la Cassazione afferma che non rileva neppure il dato testuale dell’art. 37 c.p.p. con riferimento al tipo di provvedimento a cui ci si riferisce.

Il fatto che, nell’art. 37 c.p.p. si parli di sentenza, mentre il procedimento di prevenzione si conclude con un decreto, non osta all’applicazione della relativa disciplina al procedimento di prevenzione, atteso che la giurisprudenza, da tempo, ha affermato che il provvedimento applicativo di una misura di prevenzione assume la natura sostanziale di sentenza, consistendo in una decisione di merito che conclude una fase o un grado del procedimento, suscettibile di impugnazione e idonea ad acquistare autorità di cosa giudicata.

Ciò premesso, il Supremo Collegio, evidenzia che nel caso in esame, non ci si riferisce ad una delibazione emessa a conclusione di un procedimento di prevenzione dagli stessi giudici che, in un differente procedimento, avevano esaminato la medesima piattaforma probatoria, ma al diverso caso in cui i giudici ricusati sono intervenuti nella fase interinale dello stesso giudizio, al solo fine di evitare la dispersione dei beni per i quali era stata richiesta la confisca di prevenzione.

Il decreto di sequestro dei beni del proposto allo stato degli atti, in quanto tale, non costituisce un’anticipazione del giudizio di pericolosità espresso nei suoi confronti, essendo superabile dal prosieguo dell’attività istruttoria svolta nello stesso procedimento e dall’acquisizione di ulteriori elementi valutativi.

D’altra parte, fa rilevare la Corte, nella prospettiva giurisdizionale propria del procedimento di prevenzione, la confisca rappresenta uno dei possibili sviluppi del procedimento, in ragione del fatto che l’ablazione dei beni presuppone un giudizio di pericolosità sociale che deve essere compiuto, in contraddittorio con le parti processuali, sulla base di una valutazione del compendio probatorio rispetto alla quale l’originario provvedimento di sequestro viene adottato allo stato degli atti e svolge unicamente la funzione di assicurare la non dispersione del patrimonio oggetto della possibile – ma non necessaria – ablazione.

Alla luce del ricostruito rapporto funzionale esistente tra il sequestro finalizzato alla confisca e il provvedimento definitivo di ablazione del bene, deve escludersi che le disposizioni degli artt. 36 e 37 c.p.p. si presentino disarmoniche rispetto alle previsioni degli artt. 111, comma secondo, Cost. e 8, par. 4, della Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio europeo n. 42/2014/CE del 3 aprile 2014.

Conclusioni, queste, che impongono di escludere, oltretutto, la ricorrenza delle condizioni legittimanti il rinvio pregiudiziale del procedimento alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Da quanto esposto in precedenza ne discende che l’imparzialità della funzione giudicante deve ritenersi pregiudicata dalla precedente assunzione di decisioni, laddove queste vengano adottate in un’altra fase del procedimento, ma non può rilevare nell’ambito della stessa fase processuale, a maggior ragione quando – come nel caso di specie – ci si trova di fronte a delibazioni giurisdizionali che vengono adottate allo stato degli atti.

Riferimenti normativi: art. 111 Cost; art. artt. 34, 36, 37 c.p.p.; art. 4, ult. comma, L. n. 1423 del 1956

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