Cass. civ., Sez. II, 20 marzo 2017, n. 7081 (est. Parziale)

 

Massima:

Il contratto stipulato per effetto diretto della consumazione di un reato (nella specie, circonvenzione d’incapace, punito dall’art. 643 c.p.) deve essere dichiarato nullo ai sensi dell’art. 1418 c.c., per contrasto con norma imperativa.

Ricognizione:

La Suprema Corte aderisce all’orientamento in virtù del quale tutti i contratti la cui stipula determina la violazione di una norma penale devono considerarsi nulli, dando essi luogo alla violazione di disposizioni di ordine pubblico in ragione delle esigenze di interesse collettivo sottese alla tutela penale, trascendenti quelle di mera salvaguardia patrimoniale dei singoli contraenti perseguite dalla disciplina sulla annullabilità dei contratti.

In particolare, la fattispecie incriminatrice della circonvenzione d’incapace prevista all’art. 643 c.p., (il cui scopo va ravvisato, più che nella tutela dell’incapacità in sè e per sè considerata, nella tutela dell’autonomia privata e della libera esplicazione dell’attività negoziale delle persone in stato di menomazione psichica), certamente deve annoverarsi nell’ambito delle norme imperative (Cass. civ., n. 1427/2004). E ciò nonostante lo “stato d’infermità o deficienza psichica”, di cui all’art. 643 c.p., non costituisca un maius rispetto allo stato d’incapacità di intendere o di volere di cui all’art. 428 c.c., ma, semmai, un minus.

A ciò va aggiunto che il giudice civile,  ai fini della declaratoria di nullità dell’atto dispositivo a contenuto patrimoniale, deve ritenersi abilitato ad accertare incidenter tantum l’effettiva sussistenza del reato, in tutti i suoi elementi costitutivi, incluso quello soggettivo (Cass. civ., n. 13972/2005).

Riferimenti normativi: artt. 428, 1418, 1425 c.c.; art. 643, 649 c.p.

 

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