Cass. pen., Sez. V, 22 febbraio 2016, n. 6916 (est. Amatore)

 

Massima:

In tema di bancarotta fraudolenta impropria “da reato societario”, di cui all’art. 223, secondo comma, n. 1, R.D. 16 marzo 1942 n. 267, la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 cod. civ., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato, eliminando l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai “fatti materiali non rispondenti al vero”, una successione di leggi con effetto abrogativo limitato alle condotte di errata valutazione di una realtà effettivamente sussistente con esclusione dall’effetto parzialmente abrogativo dell’esposizione di crediti inesistenti perché originati da contratti fittizi, dell’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, nonché dell’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa per operazioni inesistenti.

 

Ricognizione:

Il nuovo assetto dei reati di false comunicazioni sociali – a seguito dell’entrata in vigore della l. 27 maggio 2015, n. 69 – è costituito da due fattispecie incriminatrici (artt. 2621 e 2622), configurate quali reati di pericolo e differenziate alla luce della tipologia societaria, ed è arricchito da due ulteriori norme, (artt. 2621 bis e 2621 ter) riferite solo all’art. 2621 e contenenti una cornice di pena più mite per i fatti di “lieve entità” e una causa di non punibilità per la loro “particolare tenuità”.

Pertanto, se da un lato è stata confermata l’architettura a “piramide punitiva” degli illeciti in materia di false comunicazioni sociali, dall’altro, la struttura dell’impianto è composta da soli delitti, essendosi abbandonato il modello contravvenzionale.

Il principale problema interpretativo sorto a seguito della riforma riguarda l’incidenza, rispetto all’area di punibilità, della soppressione dell’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” che, nella versione precedente, contribuiva a delimitare l’oggetto della condotta, seguendo nella descrizione normativa l’esposizione di “fatti materiali non rispondenti al vero”. Infatti, la scomparsa di tale locuzione, unitamente alla mancata riproposizione della soglia di punibilità riguardante le valutazioni estimative, ha rievocato il dibattito concernente la possibilità di includere nella locuzione “fatti materiali”, di cui all’art. 2621 c.c., anche le valutazioni.

La Suprema Corte approfondisce la tematica sottolineando che il reato è tuttora previsto come realizzabile con due modalità esecutive di condotta distinte ed alternative: l’una attiva, costituita dall’esposizione di fatti non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società; l’altra prevalentemente di natura omissiva, integrata dalla mancata indicazioni di fatti quali quelli sopra indicati, la cui comunicazione è imposta dalla legge. Dunque, nella versione post riforma la modalità omissiva della condotta è stata uniformata a quella attiva nell’essere indirizzata su “fatti materiali”, e non più su “informazioni”; inoltre, per entrambe le modalità esecutive è stato introdotto il requisito della rilevanza dei fatti sui quali incide il falso.

Quanto alla rilevanza dell’espunzione della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni”, già prima della definitiva entrata in vigore della riforma, detta espunzione è stata letta nel senso della privazione di rilevanza penale delle falsità ricadenti su valutazioni estimative, con un effetto sostanzialmente abrogativo di una parte consistente della fattispecie incriminatrice.

In tale contesto ricostruttivo, si colloca uno specifico arresto giurisprudenziale (Cass. pen., n. 33774/2015), cui il Collegio intende dare continuità, a tenore del quale il legislatore del 2015 ha ripreso la formula utilizzata dal legislatore del 2002 (“fatti materiali”), per circoscrivere l’oggetto della condotta attiva, privandola tuttavia del riferimento alle valutazioni e provvedendo contestualmente a replicarla anche nella definizione di quello della condotta omissiva. E ciò con la precisazione che il DDL, nella sua formulazione originaria, prevedeva di attribuire rilevanza alle “informazioni” false, adottando così un’espressione lessicale idonea a ricomprendere le valutazioni, sicché proprio tale mutamento sarebbe espressivo della intenzione del legislatore di escludere la rilevanza penale del c.d. falso valutativo.

Peraltro, l’espressione “fatti materiali” era stata già utilizzata dalla legge n. 154 del 1991 per circoscrivere l’oggetto del reato di frode fiscale di cui all’art. 4 lett. f) della legge n. 516 del 1982, con il chiaro intento di escludere dall’incriminazione le valutazioni relative alle componenti attive e passive del reddito dichiarato.

Ciò posto, nel manifestare la volontà di aderire a tale orientamento, la Cassazione rimarca che il venir meno del riferimento alle valutazioni e la previsione legislativa di una necessaria materialità dei fatti delimitano l’area della punibilità ricomprendendo solo i fatti oggettivi, lasciando fuori dall’incriminazione le rappresentazioni valutative delle realtà economiche e finanziarie della società.

Inoltre, adoperando un criterio sistematico, deve valorizzarsi l’inserimento dei riformati artt. 2621 e 2622 c.c. in un contesto normativo che vede ancora un esplicito riferimento alle valutazioni nell’art. 2638 c.c. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza), peraltro proprio a precisazione contenutistica della stessa locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero”. Dal che si ricava, che ove il legislatore ha inteso dare rilievo al falso valutativo, ha mantenuto un riferimento espresso allo stesso.

Dunque, secondo gli ermellini, non può aderirsi all’orientamento opposto, recentemente sostenuto in altra pronuncia della Suprema Corte, a guisa del quale l’espressione “ancorché oggetto di valutazione” appartiene al genus delle proposizioni concessive, con “finalità ancillare, meramente esplicativa e chiarificatrice del nucleo sostanziale della proposizione principale”, con la conseguenza che la sua soppressione non può modificare il profilo semantico della proposizione principale, trattandosi evidentemente di un’operazione di mera pulizia descrittiva del fatto incriminato, privato di una parte che rappresenta una mera superfetazione linguistica (Cass. pen., n. 3355/2015).

Ciò posto, occorre comunque precisare che, secondo una lettura che valorizza il bene giuridico tutelato, il falso valutativo viene integrato allorquando si ricorre all’associazione di un dato numerico ad una realtà economica comunque esistente, rientrandosi invece nel fuoco normativo ove, si fornisca di fatto una rappresentazione difforme dal vero della stessa realtà materiale. Ma ciò con la precisazione che laddove il valore numerico sia esposto con modalità che ne escludano la percepibilità come esito di una valutazione, e siano pertanto idonee ad indurre in errore i terzi sulla stessa consistenza fisica del dato materiale, potrà ritenersi che il falso cada in realtà su quest’ultimo, venendo pertanto ad essere integrata, anche nella nuova formulazione, la fattispecie incriminatrice.

Riferimenti normativi: art. 2 c.p.; artt. 2621, 2622, 2638 c.c.; art. 4, L. 516/1982.

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