Cass. pen., Sez. VI, 21 settembre 2015, n. 38281

 

Massima:

In tema di favoreggiamento ascritto ad un soggetto esercente la professione sanitaria, la situazione di illegalità in cui versa il soggetto che necessita di cure non può costituire in nessun caso ostacolo alla tutela della salute. Ne consegue che la condotta del sanitario chiamato ad esercitare il dovere professionale di tutela della salute del cittadino integra gli estremi del favoreggiamento solo nel caso in cui esorbiti il limite della diagnosi e della terapia, ponendo in essere condotte “aggiuntive” di altra natura che travalichino tale limite e siano finalizzate soggettivamente e oggettivamente a far eludere la persona assistita alle investigazioni dell’Autorità o a sottrarla alle ricerche di quest’ultima.

 

Ricognizione:

La Suprema Corte precisa che dinanzi ad una richiesta di cure urgenti e correlate a circostanze nelle quali si pone seriamente in discussione l’integrità fisica del soggetto che le rivendica, la situazione di illegalità in cui versa quest’ultimo e le stesse dinamiche in fatto che causalmente hanno provocato la patologia oggetto dell’intervento sanitario, eventualmente correlate ad un fatto illecito, non assumono alcun rilievo ostativo rispetto all’obbligo del medico di intervenire. Invero, la primaria rilevanza costituzionale dei valori della vita e della salute rendono doverosa la prestazione professionale e rendono esente da sanzione penale la condotta del sanitario che presti le cure.

In altre parole, nell’intersecarsi di esigenze tutte costituzionalmente tutelate (il diritto alla salute per un verso, l’interesse al corretto esercizio dell’attività di amministrazione della giustizia per l’altro) i valori legati alla integrità fisica rendono necessariamente recessivi quelli contrapposti, con la precisazione, però, che la condotta del sanitario chiamato ad esercitare il dovere professionale di tutela della salute del cittadino non può esorbitare il limite della diagnosi e della terapia, onde lo stesso non deve porre in essere condotte “aggiuntive” di altra natura che siano finalizzate soggettivamente e oggettivamente a far eludere la persona assistita alle investigazioni dell’Autorità o a sottrarla alle ricerche di quest’ultima, giacchè in siffatta ipotesi risultano integrati gli estremi del favoreggiamento (Cass. pen., n. 11879/2013).

D’altra parte, l’art. 378 c.p., nel punire chiunque aiuta taluno a sottrarsi alle ricerche dell’Autorità, non impone un obbligo di favorire ricerche e indagini; sanziona, piuttosto, i comportamenti di chi, fuori dal concorso nel reato presupposto, aiuta un terzo a sottrarsi alle ricerche dell’autorità o ad eluderne le indagini. Ed è per questa ragione che, escluso ogni rilievo in sé alle cure sanitarie prestate, per il favoreggiamento del sanitario è richiesta un’ulteriore condotta positiva di aiuto.

Né, tantomeno, può addebitarsi al sanitario il reato di omissione di referto (art. 365 c.p.), potenzialmente funzionale all’eventuale favoreggiamento. E ciò in quanto, nel caso di specie, il ricorrente non era tenuto all’obbligo di referto ex art. 334 c.p.p., considerato quanto previsto dall’art. 365 c.p., comma 2. Infatti, il medico beneficia della prerogativa riconosciuta dalla norma in questione ogni qualvolta dalla redazione del referto derivi la possibilità di esporre a procedimento penale la persona alla quale egli ha prestato assistenza, pericolo senza dubbio sussistente nell’ipotesi oggetto di esame, ove la patologia riscontrata appariva chiaramente correlata ad un regolamento di conti e, dunque, alla commissione di un reato procedibile d’ufficio in un contesto di eventuale reciprocità.

Riferimenti normativi: art. 32 Cost.; artt. 365, 378 c.p.; artt. 334 c.p.p.

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