Cass. Pen., Sez. VI, 26 marzo 2015, n. 12924 (rel. Fidelbo)

 

Massima:

Deve essere rimessa alle Sezione Unite la questione se sia possibile disporre la confisca del prezzo del reato nonostante questo sia dichiarato prescritto ovvero quando manchi una sentenza di condanna o di applicazione concordata della pena; inoltre, vi è anche un’altra questione relativa alle modalità da osservare in caso di confisca di somme di denaro depositate sul conto corrente, se cioè debba disporsi la confisca per equivalente ovvero quella diretta, e in quest’ultimo caso se debba o meno ricercarsi e in che limiti il nesso pertinenziale tra denaro e reato.

 

Ricognizione:

La questione di cui in massima agita da tempo il dibattito giurisprudenziale.

Tendenzialmente, la Suprema Corte distingue a seconda che si tratti di confisca diretta ovvero di confisca per equivalente, ammettendo, non senza contrasti, la confiscabilità dei beni costituenti il prezzo o il profitto del reato prescritto solo nel primo caso.

Si osserva, infatti, che la confisca per equivalente presenta un’indubbia natura sanzionatoria, colpendo beni che non sono legati al reato da nesso di pertintenzialità, con l’obiettivo di impedire al colpevole di garantirsi le utilità ottenute attraverso la sua condotta criminosa. Sicché, pare inaccettabile l’applicazione di una vera e propria sanzione dinanzi alla estinzione del reato per prescrizione, potendo applicarsi la stessa soltanto in presenza di una pronuncia di condanna (Cass. Pen., n. 18799/2012).

Meno omogeneo è il quadro offerto dalla giurisprudenza con riferimento al medesimo tema, riferito però alla confisca-misura di sicurezza.

Un primo e più risalente orientamento sostiene che l’estinzione del reato preclude la confisca delle cose che ne costituiscono il prezzo, e ciò in quanto la misura ablativa è prevista non in ragione dell’intrinseca illiceità delle stesse, bensì in forza del loro peculiare collegamento con il reato, il cui positivo accertamento è necessario presupposto (Cass. Pen., n. 8382/2011).

Un diverso orientamento riconosce, invece, la possibilità di applicazione della confisca obbligatoria al prezzo del reato prescritto, insistendo da un lato sulla circostanza che la misura di sicurezza della confisca obbligatoria risponde ad una duplice finalità, cioè “colpire il soggetto che ha acquisito i beni illecitamente” ed “eliminare in maniera definitiva dal mondo giuridico e dai traffici commerciali valori patrimoniali la cui origine risale all’attività criminale” e, dall’altro osservando che anche la dichiarazione di estinzione del reato può essere preceduta da una pronuncia di condanna che riconosca la sussistenza dello stesso (Cass. Pen., n. 2453/2008). In altri termini, secondo questa impostazione, può esservi un ambito in cui residui la possibilità di disporre la confisca in relazione ad un reato prescritto, purchè vi sia l’effettività di un accertamento dei profili di responsabilità.

Tenendo conto di questo assetto giurisprudenziale, bisognevole di un intervento chiarificatore a Sezioni Unite, la Suprema Corte rileva un ulteriore e collegato problema relativo alle modalità della confisca del denaro sequestrato sul conto corrente e costituente il prezzo del reato. Invero, un primo orientamento, avallato dalle Sezioni Unite, è nel senso di ritenere che nel caso in cui il prezzo o il profitto tratto da uno dei reati indicati nell’art. 322 ter c.p., sia costituito dal denaro, il giudice deve disporre la confisca obbligatoria del profitto in forma diretta, ai sensi della prima parte del comma 1 del citato art. 322 ter cit., e non la confisca per equivalente ai sensi della seconda parte del predetto comma, attesa la fungibilità del bene in questione (Cass. Pen., Sez. Un., n. 10561/2014). Tale ultima sentenza propone un deciso ampliamento dei casi di confisca diretta, sostenendo che quando il profitto sia costituito da denaro l’adozione del sequestro – e della successiva confisca – “non è subordinato alla verifica che le somme provengano dal delitto e siano confluite nella effettiva disponibilità dell’indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo equivalere all’importo che corrisponde per valore al prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato e il bene da confiscare”.

Sembra dunque divenire quasi indifferente, nella confisca diretta del denaro, il riscontro di un effettivo nesso pertinenziale con il reato, analogamente a quanto avviene nella confisca per equivalente, con la conseguenza che a tale identità funzionale finiscono per corrispondere conseguenze diverse proprio in materia di possibilità di disporre la confisca in presenza di reati prescritti.

Al contrario, una diversa impostazione più risalente sottolinea – sempre in materia di sequestro/confisca di somme di denaro – l’esigenza di una diretta derivazione causale dall’attività del reo, intesa quale stretta relazione con la condotta illecita, al fine di evitare un’estensione indiscriminata ed una dilatazione indefinita ad ogni e qualsiasi vantaggio patrimoniale, indiretto o mediato, che possa scaturire da un reato (Cass, pen., n. 19951/2004).

In conclusione, si rileva come in questa materia, in continua evoluzione, vi sono orientamenti contraddittori su aspetti particolarmente rilevanti e delicati in cui si fronteggiano decisioni che si richiamano a principi affermati dalle Sezioni unite, ma in ambiti diversi, situazione questa che giustifica un intervento chiarificatore del Supremo consesso.

Riferimenti normativi: art. 25 Cost.; artt. 200, 210, 236, 240 322ter c.p.

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