Cass. Pen., Sez. Un., 2 febbraio 2015, n. 4880

 

Massima:

“Le modifiche introdotte dal D.L. n. 92 del 2008 (conv. dalla L. n. 125 del 2008) e dalla L. n. 94 del 2009 alla L. n. 575 del 1965, art. 2-bis non hanno modificato la natura preventiva della confisca emessa nell’ambito del procedimento di prevenzione, di guisa che rimane tuttora valida l’assimilazione alle misure di sicurezza e, dunque, l’applicabilità, in caso di successione di leggi nel tempo, della previsione di cui all’art. 200 c. p.

 

Ricognizione:

Le Sezioni Unite sono interpellate circa la seguente questione di diritto: “Se in conseguenza delle modifiche introdotte dal D.L. n. 92 del 2008 e dalla L. n. 94 del 2009, alla L. n. 575 del 1965, art. 2-bis la confisca emessa nell’ambito del procedimento di prevenzione possa essere ancora equiparata alle misure di sicurezza o abbia assunto connotati sanzionatori e se, quindi, ad essa sia applicabile, in caso di successione delle leggi nel tempo, la previsione di cui all’art. 200 c.p. o quella di cui all’art. 2 c.p.”

La Suprema Corte dà inizio alla sua disamina attraverso un breve excursus sulla stratificazione normativa in materia di misure di prevenzione. Sul punto, il fondamentale referente normativo è storicamente rappresentato dalla L. n. 1423 del 1956, che enucleò dal novero delle misure di prevenzione, irrogabili dall’autorità amministrativa quelle per le quali fosse, invece, necessario l’intervento dell’autorità giudiziaria, oltre ad individuare la platea dei potenziali destinatari ed a prescrivere il rispetto di determinate garanzie di difesa.

A questa si è aggiunta la L. n. 575/1965, che ha esteso il sistema della prevenzione alle “persone indiziate di appartenere ad associazioni mafiose”, in un contesto normativo nel quale, non essendo stato ancora introdotto il reato di cui all’art. 416-bis c.p., la fenomenologia mafiosa era sussunta nell’ordinario paradigma dell’art. 416 c.p. Ancora, la L. n. 152/1975 ha esteso la categoria di persone cui le disposizioni di cui alla L. 575/1965 trovano applicazione, con lo scopo di contrastare i fenomeni sovversivi e terroristici, e la successiva L. 646/1982, oltre ad introdurre la fattispecie di cui all’art. 416bis c.p., al fine di adattare il precetto penale alle peculiarità del fenomeno mafioso, ha elaborato due efficaci strumenti di prevenzione, ossia il sequestro e la confisca di prevenzione.

Rilevanti riforme sono state poi apportate dagli interventi del 2008 e del 2009. Il D. L. n. 92/2008, ha eliminato il nesso di necessaria accessorietà che aveva caratterizzato i rapporti tra misure di prevenzione personale e misure patrimoniali. La L. n. 94/2009 ha previsto che le misure patrimoniali sono applicabili “indipendentemente dalla pericolosità sociale del soggetto proposto per la loro applicazione al momento della richiesta”, estendendo poi ulteriormente il novero dei soggetti destinatari.

Infine, il D.Lgs. n. 159/2011 (cd. Codice Antimafia) ha introdotto una disciplina organica delle misure patrimoniali.

Volendo cogliere da tale frammentario excursus normativo le più significative linee di tendenza, può dirsi che le misure di prevenzione personale, ab origine concepite quali misure intese a limitare la libertà di soggetti ritenuti pericolosi al fine di renderne più agevole il controllo da parte delle autorità di pubblica sicurezza, sono state sottoposte ad un processo di adattamento alla Costituzione, interessando il bene della libertà personale (art. 13 Cost.), nonché ad un processo di “giurisdizionalizzazione”, allo scopo di assicurare la tutela delle garanzie difensive, ed il rispetto  dell’art. 6 CEDU.

Dal canto loro, le misure patrimoniali – in principio elaborate in funzione di mero supporto a quelle personali, al fine di potenziarne l’efficacia preventiva – hanno conosciuto un processo di progressivo sganciamento dalle prime, acquisendo piena autonomia.

Passando al vaglio della natura giuridica della misura patrimoniale in esame, gli ermellini osservano preliminarmente che la confisca si configura quale istituto “camaleontico”, attesa la sua capacità di adattarsi all’ambiente normativo di riferimento e di recepirne le peculiari finalità, che, per suo tramite, il legislatore intenda, di volta in volta, perseguire. Donde il suo “polimorfismo”, che grava l’interprete del compito di individuarne la precipua connotazione, scandagliando gli scopi avuti di mira dal legislatore.

Quanto alla confisca di prevenzione, un primo orientamento, pacifico in passato, ne ha sostenuto la natura preventiva, ponendo l’accento sulla funzione precipua della misura, intesa a neutralizzare la componente di pericolosità insita nel permanere della ricchezza illecitamente acquisita nelle mani di chi avrebbe potuto continuare ad usarla per perpetuare l’attività delinquenziale.

Di diverso avviso si è mostrata altra giurisprudenza, ravvisando nella disciplina successiva al 2008, ed in particolare nello sganciamento dalla condizione di attualità della pericolosità sociale, un elemento sintomatico di mutata fisionomia, tale da esaltarne il contenuto sanzionatorio.

Tuttavia, i giudici di Piazza Cavour non condividono tale ultima ricostruzione. Non sembra, infatti, alle Sezioni Unite che il nuovo precipitato normativo consenta di ritenere che l’applicazione della confisca in esame possa restare avulsa dal presupposto della pericolosità, dovendosi piuttosto ritenere che possa rinunciarsi al requisito dell’attualità di questo presupposto al momento in cui è formulata la richiesta. Infatti, se rispetto alla misura di prevenzione personale il requisito della persistente pericolosità continua ad avere una ragion d’essere, ben potendo questa dissolversi nel tempo o grandemente scemare, rispetto alla misura di prevenzione patrimoniale detta ragione non sussiste, la connotazione di pericolosità essendo immanente alla “res”, nonché inerente ad essa in via genetica, permanente e tendenzialmente indissolubile.

In altre parole, presupposto ineludibile di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale continua ad essere la pericolosità del soggetto inciso, ossia la sua riconducibilità ad una delle categorie soggettive previste dalla normativa di settore ai fini dell’applicazione delle misure di prevenzione, con la necessaria precisazione, però, che ad assumere rilievo non è tanto la qualità di pericoloso sociale del titolare, in sè considerata, quanto piuttosto la circostanza che egli fosse tale al momento dell’acquisto del bene. Del resto, mentre l’essenza stessa di persona postula un intrinseco dinamismo, che altro non è se non espressione dell’evoluzione propria dell’essere umano, nel suo percorso esistenziale, l’idea della “res” esprime, invece, la sua strutturale staticità, che mantiene nel tempo la sua oggettiva consistenza.

Non è dunque peregrino sostenere che i beni sono di per sé “neutri”, potendo acquisire connotazione di pericolosità solo in virtù di forza esterna dovuta all’azione dell’uomo; sicché, nel caso di beni illecitamente conseguiti, detta pericolosità si connette alle qualità soggettive di chi li ha acquistati, ancora una volta in proiezione dinamica, fondata sull’assioma dell’oggettiva pericolosità del mantenimento dei beni stessi in mano a chi appartenga o sia appartenuto ad una delle categorie soggettive previste dal legislatore. L’anzidetto riflesso finisce, poi, con l'”oggettivarsi”, traducendosi in attributo obiettivo o “qualità” peculiare del bene, capace di incidere sulla sua condizione giuridica. Ciò è evidente in caso di morte del titolare, già pericoloso, ovvero di formale trasferimento o fittizia intestazione, posto che il bene è aggredibile anche in capo dell’avente causa; e ciò in virtù di una pericolosità che resta impressa alla “res” in virtù della sua illecita acquisizione e fino al momento della sua perenzione, oppure della opponibilità giuridica del suo trasferimento (in caso di acquisto in buona fede), ovvero della sua definitiva acquisizione al patrimonio dello Stato per effetto di confisca.

È del tutto ovvio, dunque, che la necessità di accertare il duplice e concorrente presupposto della condizione soggettiva di pericolosità e delle correlate modalità di accumulazione patrimoniale, anch’esse pericolose, finisce per interferire, giustificandola, sulla natura tipicamente preventiva della misura ablatoria. Al contrario, potrà parlarsi di “effetti sanzionatori” della misura di prevenzione patrimoniale solo in senso del tutto atecnico, giacchè il nucleo del provvedimento patrimoniale non risiede nel delitto, né in finalità tipicamente repressive, ma nelle qualità del soggetto destinatario.

D’altronde, l’eventuale natura sanzionatoria si porrebbe in irriducibile contrasto con i dettami della Carta costituzionale e dell’ordinamento sovranazionale, con particolare riferimento ai principi della legalità e del carattere personale della responsabilità.

Né vale a negare la natura preventiva il prospettato parallelismo con la confisca di cui art. 12-sexies d.l. n. 356 del 1992, a cagione della diversità strutturale tra i due istituti. La confisca per equivalente presuppone, infatti, l’accertamento giudiziale di un reato con sentenza di condanna, mentre la confisca di prevenzione postula una condizione esistenziale, ossia una condotta di vita reputata estranea ai canoni legali della civile convivenza.

Inoltre, risultano infondati i dubbi concernenti la compatibilità di detto meccanismo con i parametri costituzionali. Invero, è pur sempre riconosciuta al soggetto proposto la facoltà della prova contraria, non calibrata su di uno statuto probatorio rigoroso e formale, ma basata sulla mera allegazione di fatti, situazioni od eventi che, ragionevolmente e plausibilmente, siano atti ad indicare la lecita provenienza dei beni e siano riscontrabili.

Se allora le novelle legislative non hanno inciso sulla tradizionale fisionomia della confisca di prevenzione, non può trovare applicazione il principio di irretroattività di cui all’art. 2 c.p.; piuttosto, deve applicarsi la disciplina prevista dall’art. 200 c.p. per le misure di sicurezza.

Non si manca inoltre di precisare che sono suscettibili di ablazione soltanto i beni acquistati nell’arco di tempo in cui si è manifestata la pericolosità sociale, indipendentemente, dalla persistente pericolosità del soggetto al momento della proposta di prevenzione. Siffatta conclusione discende dall’apprezzamento dello stesso presupposto giustificativo della confisca di prevenzione, ossia della ragionevole presunzione che il bene sia stato acquistato con i proventi di attività illecita. Diversamente, ove fosse possibile aggredire i beni del proposto indipendentemente da ogni relazione con la pericolosità, lo strumento ablatorio acquisirebbe connotati di vera e propria sanzione e si collocherebbe in potenziale distonia con gli artt. 41 e 42 Cost., oltreché con i principi di cui all’art. 1, Prot. Add. 1, CEDU, realizzando un’illegittima ablazione della proprietà privata.

Né, infine, può ritenersi che le novelle legislative abbiano alterato l’originario regime di riparto dell’onere probatorio. Ancora oggi, spetta pur sempre alla parte pubblica l’onere della prova in ordine alla sproporzione tra beni patrimoniali e capacità reddituale, nonché all’illecita provenienza, da dimostrare anche in base a presunzioni, mentre al proposto è riconosciuta la facoltà di offrire prova contraria e liberatoria, atta a neutralizzare quelle presunzioni, in guisa da dimostrare la legittima provenienza degli stessi beni.

Giurisprudenza conforme: Cass. Pen., n. 39204/2013; Cass. Pen., n. 16729/2014.

Giurisprudenza difforme: Cass. Pen., n. 44327/2013.

Riferimenti normativi: artt. 1, Prot. Add. 1, 6 CEDU; artt. 13, 25, 27, 41, 42, 117 Cost.; artt. 2, 200, 240, 416, 416bis c.p.; L. 1423/1956; L. 575/1965; D.Lgs. 159/2011.

 

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