Con il termine danno tanatologico si fa riferimento al pregiudizio subito dalla persona uccisa in relazione al suo diritto alla vita, infertogli dal terzo uccisore qualora ne abbia cagionato la morte immediata.

Ciò premesso, occorre ricostruire brevemente gli altalenanti orientamenti giurisprudenziali palesatisi nel corso degli anni relativamente alla risarcibilità del danno tanatologico tramite lo strumento della responsabilità aquiliana.

Al riguardo, vale rilevare la sussistenza di due filoni interpretativi, la cui contrapposizione è stata composta da una pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione risalente al 2008.

La tesi giurisprudenziale maggioritaria negava fermamente la possibilità di veicolare jure ereditario una richiesta di risarcimento, ex art. 2043 c. c., del danno tanatologico e ciò sulla scorta di diverse considerazioni. Si rilevava, in primo luogo, la necessità, per l’ ottenimento della tutela aquiliana, di una lesione protrattasi nel tempo; difatti, per giurisprudenza consolidata, poteva configurarsi un risarcimento delle sole conseguenze negative scaturenti dalla lesione (danno-conseguenza), e non della lesione in sé (danno-evento).

Pertanto, si osservava, nell’ ipotesi di morte immediata della vittima, questa non può incamerare un diritto al risarcimento del danno. L’ eventuale riconoscimento di un risarcimento di tal fatta risulterebbe contrario alla funzione di tipo ristoratorio attribuita alla tutela aquiliana, funzione specificamente orientata alla riparazione del danno ingiusto, piuttosto che alla sanzione del comportamento colpevole. Infine, i sostenitori di tale prospettazione interpretativa valorizzavano la stessa evidenziando il carattere personalissimo del diritto alla vita, sottolineandone la esclusiva fruibilità in rerum natura e la non risarcibilità per equivalente.

Purtuttavia, tale orientamento era ritenuto scarsamente appagante da autorevole dottrina, che si attestava su posizioni diametralmente opposte.

Con maggiore impegno esplicativo, si evidenziava la sussistenza, alla base del contrapposto orientamento, di un palese errore metodologico, insito nella richiesta di una necessaria distinzione tra la morte immediata e quella non immediata. Tale distinguo, si ribadiva, era contraddetto dalle più recenti acquisizioni medico-legali, che attestavano (e ancora oggi attestano) la reale istantaneità della morte nelle sole ipotesi di decapitazione e di spappolamento del cervello, la cui ricorrenza si presenta notevolmente esigua.

Valga ancora notare che tali autori qualificavano la salute e la vita come due aspetti di una medesima prerogativa, ossia il diritto all’ incolumità personale. Ciò posto, si sottolineava la necessità di attribuire al bene vita una tutela non meno pregnante di quella attribuita alla salute, specificamente rientrante tra i diritti inviolabili dell’ uomo di cui all’ art. 2 della Grundnorm, nonché oggetto di molteplici richiami ad opera della disciplina internazionale.

In un contesto così tratteggiato, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nel 2008, intesero determinare un definitivo superamento di tale disputa interpretativa.

Il Supremo Consesso di giustizia civile, dopo aver effettuato una sintetica ricostruzione del dibattito, manifestò la propria adesione alla teoria tradizionale, che nega la configurabilità di un danno tanatologico e, dunque, la risarcibilità dello stesso, condividendo appieno le suesposte argomentazioni.

In particolare, gli ermellini non ravvisarono la sussistenza di alcun vuoto di tutela in conseguenza dell’ accoglimento di tale ricostruzione , fermo restando il riconoscimento, nei confronti del soggetto che abbia percepito l’ incombenza della morte, del risarcimento del danno catastrofico, ulteriore tipologia di danno relativamente alla quale si rende doveroso un breve approfondimento.

Il danno catastrofico risulta qualificabile come danno scaturente dalla percezione, da parte della vittima dell’ illecito, dell’ inesorabile avvicinamento della morte, nel suo inevitabile annientamento delle funzioni vitali. Tale specifica circostanza certamente determina un profondo patimento psicologico a carico della vittima che attende lucidamente l’ estinzione della propria esistenza.

Giova al riguardo rilevare che la giurisprudenza di legittimità si è, in molteplici arresti, espressa positivamente circa la risarcibilità di tale tipologia di danno; tuttavia, in passato si è verificato un acceso dibattito relativamente alla natura da attribuire allo stesso.

Un primo orientamento interpretativo, a ben vedere maggioritario, ha teorizzato la natura morale del nocumento de quo; ciò in quanto, in primo luogo, si ravvisa il difetto dei requisiti della durata e dell’ intensità del nocumento, che connotano specificamente il danno biologico. Si è sostenuto, inoltre, che in tale ipotesi il danno lamentato dagli eredi risulta costituito dal quel sentimento di sconforto, di mancanza, di disperazione e paura tipico dell’ essere umano a fronte dell’ incombenza della propria morte, configurandosi l’ integrazione di quel patì trasuente che tradizionalmente caratterizza il danno morale.

Tale orientamento interpretativo è, tuttavia, ritenuto scarsamente appagante da un autorevole dottrina, che ha offerto una differente prospettazione ricostruttiva.

Taluni autori, difatti, hanno ricostruito il danno catastrofale come danno biologico, sottolineando che la particolare intensità del patimento subito sopperisce alla breve durata della vita residua, determinando una profonda compromissione delle dinamiche psichiche, che risulta equiparabile ad una vera e propria patologia. Se ne inferisce, dando pregio ad esigenze di giustizia sostanziale, anche un notevole disappunto per la negata risarcibilità del danno tanatologico, sostenuta dalla Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

In questa cornice generale, le Sezioni Unite hanno inteso aderire, in un recente arresto, al primo degli orientamenti sopra prospettati, qualificando dunque il danno catastrofico come danno morale.

Tale ricostruzione risulta specificamente avvalorata evidenziando che il nocumento di cui sopra si traduce in un forte turbamento di carattere psichico, dotato di particolare intensità, ma, contestualmente, non definibile quale vera e propria malattia psicologica; e ciò, in particolare, dando rilievo alla durata limitata dello spatium temporis intercorrente tra le lesioni e la morte, tale da non consentire la effettiva degenerazione del turbamento in patologia.

La disputa interpretava può dirsi, dunque, risolta, alla luce di tale autorevole presa di posizione giurisprudenziale.

 

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