Cass. Pen., Sez. IV, 8 gennaio 2019, n. 412 (est. Montagni)

 

Massima:

 

In tema di responsabilità degli esercenti la professione sanitaria, in base all’art. 2 c.p., comma 4, la motivazione della sentenza di merito deve indicare se il caso concreto sia regolato da linee-guida o, in mancanza, da buone pratiche clinico-assistenziali, valutare il nesso di causa tenendo conto del comportamento salvifico indicato dai predetti parametri, specificare di quale forma di colpa si tratti (se di colpa generica o specifica, e se di colpa per imperizia, o per negligenza o imprudenza), appurare se ed in quale misura la condotta del sanitario si sia discostata da linee-guida o da buone pratiche clinico-assistenziali.

 

Ricognizione:

Come noto, la distinzione tra culpa levis e culpa lata aveva acquisito una specifica rilevanza penale, in tema di responsabilità sanitaria, attraverso l’art. 3 del D.L. n. 158/2013, ove era stabilito che “‘L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”.

Secondo la Suprema Corte, la novella del 2012 aveva escluso la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto alle condotte lesive coerenti con le linee guida o le pratiche terapeutiche mediche virtuose, accreditate dalla comunità scientifica, dando luogo ad una abolitio criminis parziale degli artt. 589 e 590 c.p., dal cui ambito operativo venivano espunte le condotte sopra evidenziate (Cass. Pen., n. 16237/2013).

Il tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria è stato poi ulteriormente interessato dalla L. n. 24/2017, il cui art. 6 ha introdotto il nuovo art. 590 sexies c.p., rubricato “Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”.

Le Sezioni Unite, ricostruendo la portata precettiva di tale norma, hanno chiarito che l’errore medico può cadere sulla scelta delle linee guida ovvero nella fase esecutiva delle raccomandazioni contenute nelle linee guida adeguate al caso di specie; con la precisazione che, in tale ultima ipotesi, l’esercente la professione sanitaria risponde ai sensi dell’art. 590 sexies se l’evento si è verificato per colpa grave da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni di linee guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate (Cass. Pen., Sez. Un., n. 8770/2017).

Dunque, anche a seguito dell’entrata in vigore della novella, il concetto di colpa lieve mantiene una sua rilevanza in materia; e ciò in quanto la colpa lieve per imperizia esecutiva, nel senso ora chiarito, delimita l’area di irresponsabilità penale del professionista sanitario.

Quanto al concetto di linee guida, la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che esse costituiscono sapere scientifico e tecnologico codificato, in modo che possa costituire un’utile guida per orientare agevolmente, in modo efficiente ed appropriato, le decisioni terapeutiche (Cass. Pen., n. 16237/2013). Muovendo da tale premessa, la L. n. 24/2017 ha regolamentato il processo di formazione e consolidamento delle linee guida, prevedendo che gli esercenti delle professioni sanitarie devono attenersi alle raccomandazioni contenute nelle “linee guida accreditate”, ossia espresse da istituzioni individuate dal Ministero della salute e sottoposte a verifica dell’Istituto superiore di sanità in ordine alla conformità a standard predefiniti ed alla rilevanza delle evidenze scientifiche poste a supporto delle raccomandazioni. In mancanza di tali raccomandazioni, i professionisti si attengono alle buone pratiche clinico-assistenziali.

Dunque, il legislatore del 2017 ha inteso costruire un sistema istituzionale, pubblicistico, di regolazione dell’attività sanitaria, che ne assicuri lo svolgimento in modo uniforme, appropriato, conforme ad evidenze scientifiche controllate, sia pure con gli adattamenti propri di ciascuna fattispecie concreta.

Ciò posto quanto alla concatenazione delle differenti discipline giuridiche in materia di responsabilità penale medica, la motivazione della sentenza di merito deve indicare sempre il caso concreto sia regolato da linee-guida o, in mancanza, da buone pratiche clinico-assistenziali, valutare il nesso di causa tenendo conto del comportamento salvifico indicato dai predetti parametri, specificare di quale forma di colpa si tratti (se di colpa generica o specifica, e se di colpa per imperizia, o per negligenza o imprudenza), appurare se ed in quale misura la condotta del sanitario si sia discostata da linee-guida o da buone pratiche clinico-assistenziali.

Tuttavia, il legislatore del 2017, con scelta che si pone in distonia rispetto all’orientamento elaborato da parte della giurisprudenza di legittimità, ha ritenuto di limitare l’innovazione alle sole situazioni astrattamente riconducibili alla sfera dell’imperizia: l’art. 590sexies c.p. si applica solo quando sia stata elevata o possa essere elevata imputazione di colpa per imperizia. Pertanto, in base all’art. 2 c.p., comma 4, ove a carico dei sanitari emergano nel giudizio di rinvio profili di colpa per negligenza, può assumere rilevanza il riferimento alla n. 189/2012, in quanto legge più favorevole, ovviamente in relazione a fatti commessi prima dell’entrata in vigore della L. n. 24/2017.

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