Cass. Pen., Sez. II, 17 ottobre 2018, n. 47295 (est. Monaco)

 

Massima:

 

Per la configurabilità del tentativo rilevano non solo gli atti esecutivi veri e propri, ma anche quegli atti che, pur classificabili come “preparatori”, facciano fondatamente ritenere che l’agente, avendo definitivamente approntato il piano criminoso in ogni dettaglio, abbia iniziato ad attuarlo; “che l’azione abbia la significativa probabilità di conseguire l’obiettivo programmato e che il delitto sarà commesso, salvo il verificarsi di eventi non prevedibili indipendenti dalla volontà del reo”.

 

Ricognizione:

La Cassazione si è occupata più volte della questione relativa alla rilevanza penale degli atti preparatori ai fini della configurazione del tentativo.

La Suprema Corte ha più volte riconosciuto che ai fini della punibilità del tentativo, rileva l’idoneità causale degli atti compiuti per il conseguimento dell’obiettivo delittuoso nonché la univocità della loro destinazione, da apprezzarsi con valutazione ex ante in rapporto alle circostanze di fatto ed alle modalità della condotta, al di là del tradizionale e generico discrimen tra atti preparatori e atti esecutivi (Cass. Pen., n. 7341/2015). Dunque, per la configurabilità del tentativo rilevano non solo gli atti esecutivi veri e propri, ma anche quegli atti che, pur classificabili come preparatori, facciano fondatamente ritenere che l’agente, avendo definitivamente approntato il piano criminoso in ogni dettaglio, abbia iniziato ad attuarlo, che l’azione abbia la significativa probabilità di conseguire l’obiettivo programmato e che il delitto sarà commesso, salvo il verificarsi di eventi non prevedibili indipendenti dalla volontà del reo.

In altre parole, anche un atto cd. preparatorio può integrare gli estremi del tentativo punibile, purché abbia la capacità, sulla base di una valutazione ex ante ed in relazione alle circostanze del caso, di raggiungere il risultato programmato ed a tale risultato sia univocamente diretto.

A ben vedere, la disputa sulla rilevanza dei soli atti c.d. esecutivi ovvero anche di quelli c.d. preparatori perde di significato una volta correttamente inteso il requisito della idoneità degli atti, il quale deve essere valutato in termini oggettivi, nel senso che gli atti considerati, esaminati nella loro oggettività e nel contesto in cui si inseriscono, devono possedere l’intrinseca attitudine a denotare il proposito criminoso perseguito, rivelando la propria attuazione.

Quanto detto trova conferma nell’art. 49, comma 2, c.p., che esclude la punibilità per l’inidoneità dell’azione e non degli atti esecutivi, così confermando che bisogna aver riguardo più che alla idoneità dei singoli atti, alla idoneità dell’azione valutata nel suo complesso.

Nello stesso modo rilevano i commi successivi dell’art. 56 c.p. che, nel prevedere il caso di desistenza dell’azione e di impedimento da parte dell’agente dell’evento determinato dagli atti esecutivi veri e propri, confermano i due livelli del tentativo punibile sanzionati in modo differente.

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