Cass. Civ., Sez. II, 18 ottobre 2018, n. 26128 (est. Scarpa)

 

Massima:

 

Non può ammettersi una rinuncia a far valere la nullità negoziale, in quanto l’effetto invalidante assoluto deriva direttamente dalla legge e non è disponibile dai privati.

 

Ricognizione:

Un risalente precedente della Corte di Cassazione sostiene che, se è vero che il negozio giuridico nullo non è convalidabile, è pero anche vero che la parte interessata può rinunciare all’azione di nullità cosi come può rinunciare al giudicato di nullità, dovendosi configurare queste rinunce come atti di disposizione della situazione sostanziale legittimante all’azione di nullità (Cass. Civ., n. 3925/1977).

Tuttavia, assolutamente maggioritario è l’orientamento, anch’esso di origine risalente, in virtù del quale la rinuncia all’azione di nullità è praticamente inoperativa, sia perché, anche precludendo l’esercizio dell’azione diretta ad accertarla, non toglie che la nullità stessa permanga con tutte le sue caratteristiche, compresa la rilevabilità d’ufficio, sia perché l’azione di nullità è un’azione di accertamento, sicché la sua denegazione non può modificare la situazione preesistente di assoluta carenza di effetti (Cass. Civ., n. 129/1964).

A fronte di tali oscillazioni giurisprudenziali, la questione è oggetto di unanime elaborazione dottrinale, secondo cui non può ammettersi una rinuncia a far valere la nullità negoziale, in quanto l’effetto invalidante assoluto deriva direttamente dalla legge e non è disponibile dai privati. Si osserva che, essendo la nullità negoziale rimedio posto a tutela anche di interessi pubblici, se l’atto processuale dispositivo di una parte dovesse intendersi in grado non soltanto di rinunziare all’azione, ma anche ai diritti conseguenti alla declaratoria di nullità, nel senso di precludere definitivamente anche ogni futuro intervento giudiziale, rimarrebbe travolta anche la ratio che è sottesa alla rilevabilità d’ufficio della nullità stessa (cfr. Cass. Civ., Sez. Un., n. 26242/2014).

Ne consegue che in dottrina (e tale orientamento è recepito dalla giurisprudenza maggioritaria) si nega convintamente che la rinuncia alla domanda di nullità possa portare ad altro che all’estinzione del processo, senza cioè intaccare il diritto sostanziale, sicché l’azione rimarrebbe in sé impregiudicata e sarebbe riproponibile in successivi giudizi.

Dunque, perché le parti possano addivenire ad un nuovo assetto degli interessi depurato da nullità, occorre che il negozio venga compiuto ex novo: questo scopo non può essere conseguito, per il tassativo disposto dell’art. 1423 c.c., mediante convalida del negozio nullo, né facendo riferimento per relationem al contenuto del negozio stesso, né con un atto di ricognizione documentale o di convalida, né, deve aggiungersi, mediante rinuncia della legittimazione all’azione di nullità ex art. 1421 c.c. (Cass. Pen., n. 3088/1979).

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