Cass. Civ., Sez. I, 2 ottobre 2018, n. 23927 (est. Valitutti)

 

Massima:

Va rimessa al Primo Presidente perché valuti l’opportunità di investire le Sezioni Unite sul seguente quesito: se è legittima la domanda riconvenzionale della banca volta ad ottenere dal risparmiatore, in ipotesi di nullità del contratto d’intermediazione finanziaria per difetto di forma scritta, le cedole, i dividendi ed ogni altra utilità derivanti da tutte le operazioni effettuate nel tempo.

 

Ricognizione:

La Corte di Cassazione si interroga circa la possibilità, in un contratto di intermediazione finanziaria, per il cliente, di chiedere che vengano dichiarati nulli soltanto alcuni ordini di acquisto, senza che rimanga travolto l’intero contratto.

Attraverso un primo arresto giurisprudenziale, la Cassazione ha sostenuto che nel contratto di intermediazione finanziaria, la produzione in giudizio del modulo negoziale relativo al contratto quadro sottoscritto soltanto dall’investitore non soddisfa l’obbligo della forma scritta “ad substantiam”, imposto, a pena di nullità, dal D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 23, occorrendo la sottoscrizione di entrambi i contraenti; in tal caso, ci si trova dinanzi ad una nullità di protezione, che può essere eccepita dall’investitore anche limitatamente ad alcuni degli ordini di acquisto, a mezzo dei quali è stata data esecuzione al contratto viziato (Cass. Civ., n. 8395/2016).

Secondo altro orientamento, l’esigenza di scongiurare uno sfruttamento “opportunistico” della normativa di tutela dell’investitore consentirebbe all’intermediario di opporre l’exceptio doli generalis in tutte quelle ipotesi in cui il cliente (evidentemente in mala fede) proponga una domanda di nullità selettiva.

Già in passato le Sezioni Unite hanno parzialmente affrontato tale questione, affermando che, laddove il contratto quadro sia redatto per iscritto e ne sia consegnata una copia al cliente, ed esso rechi la sottoscrizione di quest’ultimo e non anche quella dell’intermediario, il cui consenso ben può desumersi alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti, va esclusa la nullità del contratto medesimo, ai sensi dell’art. 1350 c.c., e D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 23. È rimasta quindi assorbita la questione relativa all’ammissibilità della nullità selettiva, relativamente alla quale le Sezioni Unite non si sono espressamente pronunciate (Cass. Civ., Sez. Un., n. 898/2018).

La successiva giurisprudenza della Suprema Corte ha quindi sostenuto che, allorquando le singole operazioni di investimento abbiano avuto esecuzione in mancanza di un valido contratto quadro, all’investitore che chiede la declaratoria di nullità solo per alcune di esse, non è opponibile l’exceptio doli fondata sull’uso selettivo della nullità e, in ragione della protrazione nel tempo del rapporto, l’intervenuta sanatoria del negozio nullo per rinuncia a valersi della nullità o per convalida di esso. Infatti, l’una e l’altra sono prospettabili solo in relazione ad un contratto quadro formalmente esistente, e non anche quando questo sia affetto da nullità per difetto della forma prescritta (Cass. Civ., n. 10116/2018).

In tale questione si incrociano profili più generali del diritto delle obbligazioni (regime delle nullità di protezione, sanabilità del negozio nullo, opponibilità delle eccezioni di correttezza e buona fede), e la difficile ricerca di un punto di equilibrio tra le opposte esigenze, di garanzia degli investimenti operati dai privati con i loro risparmi (art. 47 Cost.) e di tutela dell’intermediario, anche in relazione alla certezza dei mercati in materia di investimenti finanziari, inducono la Suprema Corte a rimettere la stessa alle Sezioni Unite.

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