La Cassazione torna sulla risarcibilità del danno non patrimoniale cagionato dalla propagazione di immissioni illecite ex art. 844 c.c. L’occasione è offerta da una sentenza della Corte di Appello di Palermo che aveva rigettato le doglianze del ricorrente che lamentava la particolare ristrettezza con cui era stato liquidato il danno non patrimoniale.

In particolare, si criticava l’operato della Corte in relazione alle mancanze istruttorie che avevano portato il giudice dell’appello a riconoscere un danno in re ipsa in assenza, cioè, della dimostrazione di un danno attuale e concreto effettivamente patito dagli istanti. Prima di affrontare il tema dei rapporti tra le norme contenute negli artt. 844 e 2059 c.c. va preliminarmente richiamato – seppur sinteticamente – il noto dibattito sull’interpretazione dell’art. 844 c.c. e  sul tipo di tutela offerta dalla norma codicistica.

Quanto al primo profilo, per un orientamento maggioritario, sostenitore della tesi cosiddetta dicotomica, si distinguono immissioni tollerabili lecite, intollerabili illecite e lecite. Nulla quaestio per le immissioni tollerabili lecite così come per le intollerabili lecite. Queste ultime autorizzate dall’ordinamento nonostante il vulnus al diritto di proprietà, in ragione della prevalenza dell’interesse per la cui cura sono dovute le immissioni.

Un secondo orientamento, che sostiene la tesi unitaria, afferma invece l’impossibilità di ritenere un atto, allo stesso tempo, lecito ed illecito. Per cui, tale orientamento stigmatizza la distinzione tra intollerabili illecite e lecite, dovendo ritenere che queste ultime siano da ricondurre nell’alveo della categoria generale delle immissioni tollerabili.

Sui criteri di valutazione del livello di normale tollerabilità, va osservato che secondo una interpretazione dottrinale classica, la norma richiamata, suddivisa in due commi, descrive al primo le immissioni illecite cosiddette intollerabili ed al secondo comma quelle tollerabili.

L’impostazione citata comporta una particolare commistione tra ragioni di diritto e ragioni socio-economiche, tale da far giungere alla conclusione che immissioni intollerabili avrebbero potuto essere considerate tollerabili alla luce delle particolari esigenze della produzione e della priorità di un determinato uso a cui veniva destinato il fondo.

L’interpretazione moderna, al contrario, invita ad una lettura unitaria dell’art. 844 c.c. affermando che la intollerabilità delle immissioni propagate dal fondo di un vicino deve derivare da una valutazione specifica del caso concreto (sul punto cfr. Cass. n. 939/2011), alla luce sia dei criteri fissati dall’art. 844, comma 2, c.c.  che di quelli previsti dalle norme pubblicistiche che disciplinano comportamenti e misure atti a prevenire tanto l’inquinamento “outdoor” quanto quello “indoor”.

Se così stanno le cose, ci si è allora domandati quale dovesse essere il rapporto tra disciplina pubblicistica ed il regime dell’art. 844 c.c. Al riguardo, è stato anzitutto evidenziato che l’art. 844 c.c. non considera l’inquinamento come fattore immissivo. Per cui il contrasto di tale fenomeno è affidato alla disciplina pubblicistica diretta alla protezione delle esigenze della collettività.

Il diritto vivente ha allora chiarito che tra regime privatistico e pubblicistico vi è una interferenza relativa, per cui il superamento dei limiti legali pubblicistici non comporta automaticamente l’esperibilità dell’azione ex art. 844 c.c., così come un inquinamento che non superi i suddetti limiti non esclude il carattere intollerabile dell’immissione denunciata.

Quid juris, però, se l’immissione illecita ed intollerabile comprometta non l’ordinario godimento del fondo bensì la sua salubrità e dunque la salute del relativo proprietario?

Anzitutto, per l’interpretazione originaria la norma era volta ad apprestare un rimedio alla sola “sofferenza” del fondo e, conseguentemente, ad offrire una soluzione reale sia all’impossibilità del proprietario di poterne godere in modo pieno ed assoluto sia, indirettamente, a quella del possessore di poter esercitare il relativo potere di fatto sulla cosa.

Quanto, in particolare, alla possibilità di tutelare le posizioni possessorie mediante il rimedio ex art. 844 c.c., la Corte Suprema di Cassazione ha affermato che l’azione di manutenzione ex art. 1170 c.c. è esperibile in collegamento con l’art. 844 c.c. In tale ottica, dunque, l’azione manutentiva può essere esperita anche a difesa del possesso da immissioni di fumi pregiudizievoli, o altre propagazioni, derivanti dal fondo del vicino ( sul punto cfr. Cass. n. 11382/2005).

Per altra parte della giurisprudenza, invece, non possono essere tralasciate le implicazioni, logiche prima che giuridiche, che la disciplina delle immissioni comporta sul versante della tutela di diritti fondamentali come la salute. L’assetto interpretativo succitato apre, quindi, una falla nel sistema di tutela reale ritenuto, fino a quel momento, un monolite inscalfibile dalle ulteriori esigenze di protezione che pure si ricollegano al tema delle propagazioni tra fondi.

In altri termini, non si comprendeva per quale ragione l’immissione intollerabile ed illecita non poteva essere posta a fondamento dell’azione di chi richiedeva la tutela di un bene superiore, quale quello della salute, tutelato dalla Costituzione. Così, l’art. 844 c.c. è stato interpretato estensivamente al fine di consentire pronunce inibitorie di immissioni nocive non soltanto su istanza del titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale di godimento, ma anche di coloro la cui salute fosse stata pregiudicata da eventuali propagazioni.

In tal modo alla tutela reale, fondata sulla interconnessione tra gli artt. 844 e 832 c.c., si affianca la tutela personale emergente dal collegamento funzionale tra gli artt. 844 c.c. e 32 Cost. Sul versante della tutela risarcitoria, poi, la giurisprudenza ha riconosciuto l’operatività della clausola generale del neminem laedere e conseguentemente del rimedio ex art. 2043 c.c.

Più precisamente, la Cassazione ha riconosciuto al titolare del diritto di proprietà o altro diritto reale di godimento, nonché al titolare di un diritto personale di godimento, la legittimazione a proporre non solo l’azione per l’inibizione delle esalazioni nocive, ma anche quella per il risarcimento dei danni e – ove necessario – quella del risarcimento del danno in forma specifica ex art. 2058 c.c.

Ma cosa accade nell’ipotesi in cui le esalazioni nocive abbiano già prodotto un danno? Quali rapporti devono rinvenirsi tra le norme contenute negli artt. 844 e 2059 c.c. A tali domande risponde la sentenza in commento. I giudici della Seconda sezione civile rammentano proprio che la recente giurisprudenza (cfr. Cass. Civ. n. 20927/2015 e Cass. S.U. n. 2611/2017)  ha affermato che l’assenza di un danno biologico documentato non osta al risarcimento del danno non patrimoniale conseguente ad immissioni illecite, allorché siano stati lesi il diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione ed il diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane. Tali diritti, infatti, sono costituzionalmente garantiti e tutelati dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la prova del cui pregiudizio può essere fornita anche con presunzioni.

Ne consegue che, in risposta alle doglianze fatte valere dal ricorrente per cui la Corte territoriale avrebbe omesso puntuali accertamenti sulla consistenza del danno, il riconoscimento del danno non patrimoniale quale conseguenza delle immissioni illecite, lungi dal ristorare un danno in re ipsa, costituisce proprio il frutto di un apprezzamento dei concreti e rilevanti disagi prodotti in danno delle abitudini di vita quotidiana, disagi che, come detto, giustificano la risarcibilità del danno subito ex art. 2059 c.c.

Si richiamano, così, i precedenti arresti giurisprudenziali che dal 2008 ad oggi hanno ridisegnato l’area del danno non patrimoniale, espungendo i danni bagatellari ed evitando la duplicazione delle voci di danno, ma garantendo la tutela ex art. 2059 c.c. non soltanto alle ipotesi di lesione del bene salute ma anche a quelle nelle quali siano compromessi diritti costituzionalmente tutelati.[/column]

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