Cass. pen., Sez. Un., 24 settembre 2018, n. 40985 (est. Rocchi)

 

Massima:

 

Il sequestro preventivo finalizzato alla confisca prevista dell’art. 12-sexies d.l. 8 giugno 1992, n. 306, conv. dalla legge n. 356 del 1992 (attuale art. 240-bis cod. pen.) può essere disposto per uno dei reati presupposto anche nella forma del tentativo aggravato dall’art. 7 d.l. n. 152 del 1991, conv. in legge 203 del 1991.

 

Ricognizione:

La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è riassumibile nei seguenti termini: “se sia possibile disporre il sequestro preventivo finalizzato alla c.d. confisca allargata D.L. 8 giugno 1992, n. 306, ex art. 12 sexies, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 1992, n. 356, e succ. mod., nel caso di violazione dei reati contemplati da tale norma, anche nella forma del tentativo aggravato dalla L. n. 203 del 1991, art. 7”.

L’art. 12 sexies cit., è stato oggetto di ripetute riforme, ultima delle quali quella operata dal D.Lgs. 29 ottobre 2016, n. 202, art. 5, comma 1. Sicché, la Corte deve affrontare la questione sottoposta sulla base del testo dell’art. 12 sexies cit. vigente all’epoca di applicazione del decreto di sequestro preventivo, salvo verificare la soluzione adottata alla luce delle riforme intervenute, che saranno analizzate nel par. 6.

Secondo un primo orientamento, il sequestro preventivo de quo non essere disposto in relazione al reato di estorsione tentata anche se aggravato ai sensi dell’art. 7 D.L. cit.; e ciò facendo leva sull’autonomia del delitto tentato rispetto a quello consumato (Cass. pen., n. 2164/2013) e sulla necessità di garantire il rispetto dei principi di legalità e di tassatività delle misure di sicurezza sanciti dall’art. 25 Cost., comma 3.

Altro orientamento si esprime in senso diametralmente opposto, evidenziando che in assenza di peculiari precisazioni operate dal legislatore non può ritenersi autorizzata alcuna distinzione fra la fattispecie consumata e quella tentata, sottolineandosi che la confisca non è collegata al provento o al profitto del reato contestato, bensì ai beni di cui il condannato non può giustificare la provenienza (Cass. pen., n. 22154/2005).

Infine, secondo un orientamento intermedio, la confisca allargata può essere disposta anche in conseguenza di una condanna per tentata estorsione purchè aggravata ai sensi del D.L. n. 152 del 1991, art. 7 (Cass. pen., n. 45173/2016).

Le Sezioni Unite aderiscono a tale ultima impostazione teorica, sulla scorta del seguente percorso logico-argomentativo.

In primo luogo, secondo la massima assise di giustizia penale è corretto valorizzare la qualificazione del delitto tentato quale figura criminosa autonoma, caratterizzata da una propria oggettività e da una propria struttura, cui non può estendersi semplicisticamente la disciplina prevista per il delitto consumato, se non in presenza di una specifica presa di posizione legislativa.

La giurisprudenza di legittimità si è già espressa in tal senso nel perimetrare lo spettro applicativo dei provvedimenti di concessione di amnistia ed indulto (Cass. pen., n. 7389/1985), nonché della causa di esclusione della punibilità di cui all’art. 649 c.p. (Cass. pen., n. 24643/2012).

Per superare tale principio non pare sufficiente richiamare la finalità e l’oggetto della confisca “allargata”, sottolineando che la misura non colpisce il provento o il profitto del reato, bensì i beni di cui il condannato non può giustificare la provenienza, essendo i delitti menzionati spia di una complessiva attività illecita del condannato, valenza che può essere assunta da un delitto tentato al pari di uno consumato.

Ma anche escludere l’applicabilità del sequestro preventivo de quo nell’ipotesi in cui l’estorsione sia aggravata ex art. 7 L. cit. costituisce una soluzione non pienamente rispettosa dell’autonomia del delitto tentato.

Se il delitto tentato rappresenta una fattispecie criminosa autonoma, risultante dalla combinazione di una norma principale – la norma incriminatrice – e di una norma secondaria, prevista dall’art. 56 c.p., allora è corretto sostenere che il legislatore, quando menziona, ad esempio, il delitto previsto dall’art. 314 c.p., fa riferimento solo alla fattispecie consumata, ma non è altrettanto corretto ritenere che, quando viene evocato un delitto commesso avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis c.p. ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo il riferimento non sia fatto anche ai delitti tentati.

L’insieme descritto dall’art. 12-sexies, comma 2, d.l. 306 del 1992 comprende gli elementi aventi due caratteristiche: a) la natura di delitto; b) l’essere esso stato commesso avvalendosi delle condizioni di cui sopra: ebbene, i delitti tentati aggravati ai sensi dell’art. 7 d.l. 152 del 1991 le possiedono entrambe.

Tale ultimo orientamento fa corretto applicazione dei consolidati principi in materia di delitto tentato, non operando una estensione in malam partem della confisca allargata, ma attribuendo alla legge il senso fatto palese dalle parole: perché, appunto, la parola “delitto”, senza ulteriore specificazione, è comprensiva anche dei delitti tentati.

La soluzione risponde, del resto, alle esigenze sottolineate dalle varie pronunce fin qui richiamate. Appaiono rispettati i principi di legalità e tassatività; viene limitata la confiscabilità dei beni e, quindi, tutelato il diritto di proprietà; la soluzione, inoltre, rispecchia la caratteristica tipica della confisca allargata, vale a dire il mancato collegamento tra i beni confiscati e il provento o il profitto del reato, con la conseguenza che la misura è giustificata anche in caso di delitto tentato, se esso sia davvero sintomatico di un illecito arricchimento del suo autore.

La soluzione rispetta il principio di ragionevolezza: se è ragionevole ritenere che il singolo delitto tentato non aggravato dalle modalità o dalle finalità mafiose non costituisca una spia significativa di una complessa attività illecita che produce un illecito arricchimento, altrettanto non può dirsi per i delitti tentati aggravati ai sensi dell’art. 7 L. cit.

La soluzione adottata appare corretta anche alla luce della normativa sopravvenuta. E ciò in quanto la conclusione fin qui adottata, per la quale quando il legislatore  richiama una categoria di delitti non specificati, si riferisce sia a quelli consumati che a quelli tentati – può essere applicata anche per la formulazione dell’art. 51, comma 3-bis c.p.p., cui rinvia l’art. 240bis c.p.

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