Nella giornata di ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo provvedimento che incide, ancora una volta, sulla disciplina penale dei reati contro la p.a.

Il fenomeno della corruzione, da definirsi ormai strutturale nella realtà del nostro Paese, ed in generale dei reati contro la pubblica amministrazione, è stato affrontato dall’Ordinamento a più riprese.

A partire dalla X Legislatura, infatti, si è avviato un articolato iter di ridefinizione dell’ordinamento penalistico in materia di reati contro la p.a.

Dalla legge n. 86/1990 sino alle recenti riforme che hanno visto l’introduzione della legge, cosiddetta, anticorruzione “Severino”, n. 190/2012, e delle legge n. 69/2015, il legislatore ha sempre mirato ad inasprire le pene e ad inserire misure, via via, sempre più severe, ricalibrando anche la logica di taluni reati, come quello proprio di corruzione, ovvero inserendo fattispecie miranti a stigmatizzare comportamenti che rappresentano antecedenti logici e comportamentali di altri reati come è accaduto per il delitto, di recente introduzione, di traffico di influenze illecite ex art. 346 bis c.p.

La recente decisione del Cdm avvia così l’esame e la discussione di un nuovo provvedimento, anch’esso di carattere principalmente repressivo e che introduce una pluralità di misure, invero già criticate per la loro rigidità e per eventuali contrasti con i principi costituzionali.

Primo tra tutti spicca il cosiddetto “Daspo” per i corrotti: vale a dire, l’interdizione dai pubblici uffici e il divieto di contrarre con la Pa per la durata da 5 a 7 anni in caso di condanne fino a 2 anni di reclusione; interdizione e divieto che diventano permanenti in caso di condanna superiore a 2 anni.

Per coloro che saranno condannati per reati contro la Pa, come già avviene per i condannati per reati di mafia, saranno inoltre introdotte limitazioni per l’accesso ai benefici penitenziari.

Ancora, si prevede l’aumento delle pene per i reati di corruzione per l’esercizio della funzione: il minimo edittale passa da uno a tre anni di reclusione, il massimo da sei a otto anni.

E’ estesa ai reati di corruzione la possibilità di utilizzare la figura dell’agente sotto copertura.

Il Ddl, se dovesse essere approvato senza ulteriori modifiche, favorisce anche il fenomeno del cosiddetto “pentitismo”. Chi denuncia volontariamente e fornisce indicazioni utili per assicurare la prova del reato e individuare eventuali responsabili, infatti, beneficerà di uno sconto di pena di e una speciale clausola di non punibilità.

Per quanto concerne le misure ablative reali, è prevista la confisca dei beni che sarà disposta anche in caso di amnistia o prescrizione intervenuta dopo la condanna di primo grado.

E’ appena il caso di sottolineare che la previsione della confisca, anche in caso di prescrizione, si affianca alla già prevista confisca di prevenzione estesa agli indiziati di taluni reati contro la p.a., come previsto dal nuovo art. 1 del Codice Antimafia, recentemente modificato dalla legge n. 161/2017

Il Ddl prevede inoltre l’assorbimento del reato di millantato credito nella fattispecie di traffico illecito di influenze e una serie di norme per assicurare la trasparenza dei finanziamenti ai partiti: lo scopo è rendere palese al pubblico e tracciabile la provenienza dei finanziamenti a partiti politici, associazioni e fondazioni politiche, comitati e organismi pluripersonali privati di qualsiasi natura e qualificazione.

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