Cass. pen., Sez. IV, 30 maggio 2018, n. 24383 (est. Pavich)

 

Massima:

 

In tema di responsabilità medica, per poter verificare se la condotta del sanitario sia stata penalmente rilevante, non può prescindersi da una verifica della conformità o della non conformità di tale condotta alle regole della medicina, in quanto evocate da disposizioni di legge (l’art. 3 della legge 189/2012 e l’art. 6 della legge 24/2017, introduttivo del nuovo art. 590-sexies cod.pen.) che, pur entrate in vigore in epoca successiva alla commissione del reato, sono più favorevoli e, perciò, potenzialmente idonee a scriminarne (o a renderne non punibile) l’operato, in base ai criteri generali stabiliti dall’art. 2 cod.pen.

Ricognizione:

La Suprema Corte si sofferma preliminarmente sulla definizione dei concetti di negligenza, imprudenza ed imperizia. Specifica al riguardo che si tende ad ascrivere alla categoria dell’imperizia il comportamento del soggetto inosservante delle regole cautelari perché “inesperto”, soprattutto sul piano esecutivo; alla categoria della negligenza il comportamento del soggetto inosservante per non avere fatto ciò che era doveroso fare; alla categoria dell’imprudenza il comportamento del soggetto inosservante per avere fatto ciò che era doveroso non fare. Ma, a fronte di tali tentativi, diversi Autori riconoscono e mettono in luce la sussistenza di margini talora evanescenti, quando non di (almeno parziali) sovrapposizioni, tra le tre nozioni appena richiamate.

Con particolare riferimento ai casi di responsabilità per delitti colposi in ambito sanitario, la giurisprudenza più risalente tendeva a distinguere la valutazione della responsabilità del medico a seconda che egli avesse operato con imperizia, ovvero con negligenza o imprudenza: nel primo caso, si prendevano a riferimento i parametri indicati dall’art. 2236 c.c. (secondo il quale la responsabilità è limitata al dolo o alla colpa grave); nel secondo caso si giudicava secondo gli ordinari parametri della responsabilità colposa in ambito penale (ex plurimis, Cass. pen., n. 12249/1984).

Nel tempo, il citato indirizzo ha ceduto il posto ad un altro e più rigoroso orientamento, in cui si escludeva che lo statuto della colpa professionale del sanitario in ambito penalistico potesse articolarsi in modo differenziato rispetto alle generali previsioni riguardanti la colpa penale (Cass. pen., n. 4028/1991). Di recente, si è riconosciuto che il principio civilistico di cui all’art. 2236 c.c. può trovare applicazione in ambito penalistico come regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia, qualora il caso concreto imponga la soluzione di problemi di speciale difficoltà.

In seguito all’entrata in vigore della legge Balduzzi si è sviluppato un ulteriore contrasto giurisprudenziale: all’orientamento che limitava l’ambito applicativo della disciplina di cui all’art. 3 ai casi di imperizia, si è contrapposto altro orientamento secondo il quale il predetto art. 3, pur trovando terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, poteva tuttavia venire in rilievo anche quando il parametro valutativo della condotta dell’agente fosse quello della diligenza, o comunque in ipotesi di errori connotati da profili di colpa generica diversi dall’imperizia (Cass. pen., n. 23283/2015).

Con l’entrata in vigore della Legge Gelli-Bianco il parametro dell’imperizia ha assunto un maggior rilievo. Dopo una travagliata vicenda interpretativa avente ad oggetto il nuovo art. 590sexies c.p., le Sezioni Unite hanno precisato che l’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica:

  1. a) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da negligenza o imprudenza;
  2. b) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da imperizia quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali;
  3. c) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche che non risultino adeguate alla specificità del caso concreto;
  4. d) se l’evento si è verificato per colpa ‘grave’ da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni, di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle specifiche difficoltà tecniche dell’atto medico (Cass. pen., Sez. Un., n. 8770/2017).

Quanto al profilo intertemporale, le stesse Sezioni Unite hanno chiarito che la disciplina di cui al citato art. 3, comma 1, legge 189/2012 (intervenuta successivamente ai fatti per cui si procede) è, nella generalità dei casi, la più favorevole, anche rispetto alla previsione, ulteriormente sopravvenuta, contenuta nell’art. 590-sexies.

Tuttavia, nella sentenza impugnata, la disamina dei sopra illustrati elementi, alla luce dello ius superveniens, è stata totalmente pretermessa, circostanza che ne impone l’annullamento con rinvio.

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