Cass. civ., Sez. I, 6 giugno 2018, n. 14669 (est. Cristiano)

 

Massima:

 

Una volta ammesso che, in mancanza di un espresso divieto, in nome e per conto dell’interdetto per infermità possa essere compiuto anche un atto personalissimo (sempre che sia accertato che l’atto corrisponda al suo interesse e volto effettivamente a dare attuazione alle sue esigenze di protezione), deve riconoscersi al tutore la piena legittimazione a proporre la domanda di separazione in nome e per conto dell’interdetto. La designazione di un soggetto terzo, infatti, nominato ad hoc, che, insieme al giudice tutelare, valuti l’opportunità di promuovere la connessa azione e ne determini il contenuto, per essere poi autorizzato ad esperirla, si prospetta necessaria solo nel caso di conflitto di interessi fra il tutore ed il proprio rappresentato, risolvendosi, altrimenti, in un inutile formalismo.

 

Ricognizione:

La disposizione di cui all’art. 4, comma 5, L. 898/1970 è stata interpretata dalla Corte di Cassazione (Cass. pen., n. 9582/2000) come disposizione che riconosce al soggetto incapace di intendere e di volere la legittimazione a promuovere il giudizio di divorzio per il tramite di un curatore speciale.

La detta interpretazione, secondo la giurisprudenza di legittimità, appare costituzionalmente obbligata per evitare che l’interdetto infermo di mente sia privato dell’esercizio di un diritto di particolare rilievo e sia sottoposto ad una disparità di trattamento rispetto all’altro coniuge ed ha, in particolare, sottolineato: i) che nell’ordinamento è configurabile il diritto di ciascun coniuge a chiedere ed ottenere il divorzio nei casi previsti dalla legge; ii) che il divorzio può realizzare una forma di protezione per l’interdetto rispetto al mantenimento del vincolo coniugale; iii) che lo stato di interdizione per infermità di mente non esclude che la tutela degli specifici interessi dell’interdetto in tema di divorzio possa essere rimessa ad altro soggetto.

I principi appena enunciati, secondo il Collegio, valgono anche per la domanda di separazione, sebbene l’ordinamento non contempli, in riferimento alla stessa, una previsione analoga. Già con la sentenza n. 5652/89 questa Corte aveva infatti rilevato che l’incapacità di provvedere ai propri interessi, richiesta dall’art. 414 c.c. ai fini dell’interdizione dell’infermo di mente, deve essere riferita anche agli interessi non patrimoniali suscettibili di subire un pregiudizio; d’altro canto, ritenere che l’interdetto per infermità non possa farsi sostituire da chi è tenuto a rappresentarlo nel porre in essere un atto personalissimo equivarrebbe a sostenere che egli ha perso, in concreto, il relativo diritto, non avendone più l’esercizio.

Deve allora concludersi, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata degli artt. 357 e 414 c., che all’interdetto è consentito, per il tramite del rappresentante legale, il compimento di tali atti (a meno che, come nel caso dell’art. 85 c.c., non gli siano espressamente vietati), ben potendo l’esercizio del corrispondente diritto rendersi necessario per assicurare la sua adeguata protezione.

E tra le situazioni giuridiche soggettive che realizzano la personalità dell’individuo deve annoverarsi anche il diritto alla separazione (Cass. pen., n. 2183/2013).

Diversa questione  è se la rappresentanza dell’incapace nell’esercizio di un diritto personalissimo possa spettare al tutore o debba invece essere sempre affidata ad un curatore speciale, nominato ad istanza del primo o su iniziativa del giudice tutelare.

Ebbene, la Corte di Cassazione ritiene che, una volta riconosciuto all’interdetto il diritto al compimento di atti personalissimi, la designazione di un soggetto terzo, nominato ad hoc, che, insieme al giudice tutelare, valuti l’opportunità di promuovere la connessa azione e ne determini il contenuto, per essere poi autorizzato ad esperirla, si prospetti necessaria solo nel caso di conflitto di interessi fra il tutore ed il proprio rappresentato, risolvendosi, altrimenti, in un inutile formalismo.

La soluzione non trova ostacoli sotto il profilo sostanziale, non evincendosi dal nostro sistema di diritto civile un principio di generale e tassativa preclusione al compimento di atti di straordinaria amministrazione da parte del legale rappresentante dell’incapace. Al contrario, il tutore può impugnare il matrimonio dell’interdetto (art. 119 c.c.), può promuovere l’azione per ottenere che ne sia giudizialmente dichiarata la paternità o la maternità (art. 273 u. comma c.c.), può presentare la richiesta di interruzione volontaria della gravidanza in luogo della propria rappresentata (art. 13 l. n. 194/78); per altro verso, l’art. 420 u. comma (sia pur con riferimento ad atti di straordinaria amministrazione a contenuto patrimoniale) richiede la nomina di un curatore speciale solo se il legale rappresentante non possa o non voglia compiere uno o più di tali atti.

Sotto il profilo processuale la soluzione trova poi pieno conforto nell’art. 78 c.p.c., che stabilisce, al 1 comma, che “se manca la persona a cui spetta la rappresentanza o l’assistenza” può essere nominato all’incapace un curatore speciale che lo rappresenti e lo assista in giudizio “finché subentri colui al quale spetta l’assistenza o la rappresentanza”; al 2 comma, che si deve procedere alla nomina di un curatore speciale al rappresentato “quando vi è conflitto di interessi con il rappresentante”.

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