Cass. civ., Sez. Un., 9 maggio 2018, n. 11180 (est. Acierno)

Massima:

 

In materia di espropriazione per pubblica utilità, appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario non solo la controversia relativa alla determinazione e corresponsione dell’indennizzo previsto in relazione alla fattispecie di “acquisizione sanante” del D.P.R. n. 327 del 2001, ex art. 42-bis, ma anche quella avente ad oggetto l’interesse del cinque per cento del valore venale del bene, dovuto, ai sensi del comma 3, ultima parte, di detto articolo, “a titolo di risarcimento del danno”, giacchè esso, ad onta del tenore letterale della norma, costituisce solo una voce del complessivo “indennizzo per il pregiudizio patrimoniale” di cui al precedente comma 1, secondo un’interpretazione imposta dalla necessità di salvaguardare il principio costituzionale di concentrazione della tutela giurisdizionale avverso i provvedimenti ablatori.

 

Ricognizione:

 

Le Corte di Cassazione è interrogata circa il riparto di giurisdizione in riferimento alle poste di danno oggetto dei provvedimenti di acquisizione sanante.

La Corte ribadisce che, secondo quanto stabilito dalla Corte Costituzionale, l’acquisizione sanante ha natura coattiva e costituisce una sorta di procedimento espropriativo semplificato che s’innesta su un precedente procedimento irrimediabilmente viziato (anche da carenza di potere). Con l’adozione di tale atto, tuttavia, la p.a. riprende a muoversi nell’alveo della legalità amministrativa, esercitando una funzione ritenuta meritevole di tutela privilegiata, in considerazione degli scopi di pubblica utilità perseguiti, sebbene emersi successivamente alla consumazione di un illecito ai danni di un privato cittadino.

Dunque, tale procedimento è dotato di autonomia rispetto alla precedente fase procedimentale all’esito della quale sono stati emessi provvedimenti illeciti. E, quindi, tale illiceità non si riverbera sul successivo procedimento ex art. 42 bis, sicché, ove il provvedimento acquisitivo sia stato adottato in conformità agli altri presupposti normativi, l’indennizzo previsto per la perdita della proprietà non ha natura risarcitoria, ma indennitaria, e la controversia sulla sua determinazione e corresponsione appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario ai sensi del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 53 e dell’art. 133, lett. g, c.p.a.

Più precisamente, l’art. 42 bis d.P.R. cit. stabilisce espressamente che l’indennizzo da corrispondere deve riguardare sia il pregiudizio patrimoniale sia il non patrimoniale e che deve essere commisurato al valore venale del bene. Per quanto riguarda l’occupazione senza titolo, il comma 3 ne stabilisce il riconoscimento ed il parametro determinativo (“Per il periodo di occupazione senza titolo è computato a titolo risarcitorio, se dagli atti del procedimento non risulta la prova di una diversa entità del danno, l’interesse del cinque per cento annuo sul valore determinato ai sensi del presente comma 4”).

Tuttavia, i riferimenti testuali al “titolo risarcitorio” e al “danno” costituiscono espressioni inidonee a qualificare la natura giuridica dell’importo da corrispondere, essendo utilizzati nella norma come sinonimi i termini indennizzo e risarcimento così da escludere che nella specie si possa riscontrare un’ “appropriata e precisa utilizzazione del lessico giuridico da parte del legislatore.

Inoltre, il ristoro del pregiudizio non patrimoniale, automatico e predeterminato nel quantum in una percentuale del valore venale del bene, è chiaramente misura accessoria inidonea ad incidere di per se sola sul riparto di giurisdizione.

In definitiva, la predeterminazione legislativa del parametro quantificativo della pretesa relativa all’occupazione senza titolo, induce ad escluderne la natura risarcitoria e ne consente l’attrazione alla giurisdizione del giudice ordinario.

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