Cass. civ., Sez. Un., 8 maggio 2018, n. 11018 (est. Curzio)

 

Massima:

 

II diritto ad una somma di denaro pari a otto euro per ciascuna giornata di detenzione in condizioni non conformi ai criteri di cui all’art. 3 della CEDU, previsto dall’art. 35 ter, comma 3, ord. pen., si prescrive in dieci anni, decorrenti dal compimento di ciascun giorno di detenzione nelle indicate condizioni. Coloro che abbiano cessato di espiare la pena detentiva prima dell’entrata in vigore della detta nuova normativa, se non sono incorsi nelle decadenze previste dall’art. 2 d.l. n. 92 del 2014 conv. con modif. in l. n. 117 del 2014, hanno anch’essi diritto all’indennizzo ex art. 35 ter, comma 3, ord. pen., il cui termine di prescrizione in questa caso non opera prima del 28 giugno 2014, data di entrata in vigore del d.l. cit.

 

Ricognizione:

Con D.L. n. 92/2014, il legislatore italiano ha introdotto nell’ordinamento l’art. 35 ter ord. pen., che disciplina un nuovo rimedio in riferimento alle ipotesi di detenzione violativa delle condizioni definite dalla sentenza cd. “Torregiani” della CEDU.

Il rimedio delineato dal legislatore italiano (inedito rispetto a quello adoperato nel pregresso quadro normativo), è fondato sul principio dettato dall’art. 3 della Convenzione Europea e sull’art. 27, terzo comma, della nostra Costituzione.

Pur radicato in questi principi fondamentali e comuni all’ordinamento italiano ed Europeo, esso presenta però tratti strutturali distinti e autonomi. Infatti, non era previsto, né era desumibile dall’ordinamento, in caso di violazione di quei principi, un diritto alla riduzione della pena e non era previsto un diritto ad un compenso economico con i peculiari connotati impressi dal secondo e dall’art. 35-ter ord. pen., comma 3.

Ciò premesso, e nonostante la terminologia utilizzata dal legislatore, che, tanto con riferimento alla riduzione della pena, quanto con riferimento al compenso in denaro, assume che vengono riconosciuti “a titolo di risarcimento del danno”, le Sezioni Unite riconoscono al rimedio in esame natura di mero indennizzo.

In particolare, gli ermellini ritengono che la previsione di “una somma di denaro pari ad otto Euro per ciascuna giornata” in cui è stato subito il pregiudizio indichi che il legislatore si è mosso in una logica di forfetizzazione della liquidazione. Tale liquidazione, infatti, considera solo l’estensione temporale del pregiudizio, pretermettendo ogni valutazione relativa alla sua intensità ed alle ulteriori peculiarità del caso. Dunque, manca il rapporto tra specificità del danno e quantificazione economica che caratterizza il risarcimento e manca ogni considerazione e valutazione del profilo soggettivo. Piuttosto, al fine di contenere i costi, semplificare il meccanismo di calcolo e ridurre le variabili applicative, si è scelta la via dell’indennizzo, cioè di un compenso di entità contenuta e di meccanica e uniforme quantificazione.

Tale qualificazione giuridica comporta il radicarsi della responsabilità nella violazione di obblighi gravanti “ex lege” sull’amministrazione penitenziaria nei confronti dei soggetti sottoposti alla custodia carceraria, sì da escludere l’operatività del regime prescrizionale previsto dall’art. 2947 c.c. per il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito. Deve quindi trovare applicazione la regola della prescrizione decennale.

E ciò precisando che, essendo il diritto all’indennizzo strutturato dalla legge come diritto a percepire una cifra fissa di otto Euro al giorno che si incrementa (solo) in relazione al numero di giornate di detenzione degradante, deve ritenersi che, simmetricamente, esso maturi “giorno per giorno”, con le relative conseguente sul metodo di calcolo del termine di prescrizione.

Tuttavia, con riferimento alle situazioni in cui la detenzione sia cessata prima dell’entrata in vigore della legge, il termine di prescrizione decorre da quest’ultima data, e cioè dal momento in cui il nuovo rimedio è stato introdotto nell’ordinamento.

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