Cass. pen., Sez. I, 3 aprile 2018, n. 14782 (est. Fiordalisi)

 

Massima:

 

Ai fini della esimente della provocazione, occorre che la reazione sia conseguenza di un fatto che, per la sua intrinseca illegittimità o per la sua contrarietà alle norme del vivere civile, abbia in sé la potenzialità di suscitare un giustificato turbamento nell’animo dell’agente, anche in assenza di proporzione fra la reazione ed il fatto ingiusto altrui. Tuttavia, a seguito della novella del 2016, la reazione della vittima di tale condotta ha rilevanza esimente voluta dalla norma solo quando integri il reato di diffamazione; pertanto, non è ammissibile l’estensione analogica della scriminante in modo da comprendere pure il reato di molestia o di disturbo alle persone previsto dall’art. 660 cod. pen.

 

Ricognizione:

L’esimente di cui all’art. 599 c.p. ha dei presici limiti oggettivi e soggettivi indicati dalla stessa norma e non appare suscettibile di applicazione analogica, trovando applicazione solo in riferimento ai fatti di cui agli artt. 594 e 595 c.p (ora – dopo la novella del 2016 – solo in riferimento ai fatti di cui all’art. 595 c.p.).

La disposizione trova la propria ratio nella condizione di colui che subisce una aggressione verbale con caratteri ingiuriosi o diffamatori; situazione che ha un particolare rilievo per il legislatore al punto da escludere conseguenze penali per la reazione della vittima di tali azioni, quando si viene a delineare una peculiare situazione soggettiva di tipo emotivo, apprezzata dal legislatore in termini di inesigibilità (dunque, secondo l’interpretazione della Cassazione, trattasi di causa di esclusione della colpevolezza).

Non è quindi ammissibile l’estensione analogica della scriminante in modo da comprendere pure il reato di molestia o di disturbo alle persone previsto dall’art. 660 c.p.

D’altronde, confligge con tale interpretazione la stessa ratio e la struttura della scriminante che ha natura tutta soggettiva, per la particolare considerazione data dal legislatore allo stato d’ira determinato dal fatto ingiusto altrui, subito dopo che esso si è verificato.

Infatti, requisito fondamentale è quello dell’immediatezza della reazione. Nella stessa Relazione al Re sul codice penale si legge che il requisito della immediatezza è stato introdotto per non confondere la provocazione con la vendetta, di guisa che la ratio di inesigibilità dell’esimente è collegata all’incontenibilità, nell’immediato, dell’impulso emotivo dello stato d’ira.

Si tratta, quindi, di una esimente la cui ratio risiede esclusivamente in una scelta di mera opportunità fatta dal legislatore, che concerne solo determinati delitti contro l’onore, posto che, per gli altri reati, la provocazione rileva soltanto quale circostanza attenuante.

Per di più, di fronte ad un comportamento reiterato o prolungato nel tempo che si concretizza in semplici rumori molesti, si è oltre l’ambito ristretto in cui il legislatore ha dato eccezionale rilevanza esimente a uno stato emotivo momentaneo che, per la sua improvvisa intensità, comprime temporaneamente la capacità di ponderazione e controllo delle proprie scelte di condotta.

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