Sommario: 1. Premessa: l’atipicità delle ipotesi di responsabilità civile. – 2. La responsabilità aquiliana. – 3. La responsabilità contrattuale. – 4. (Segue…) Le differenze. – 5. Il concorso tra responsabilità aquiliana e responsabilità contrattuale. – 6. (Segue…) Il c.d. “concorso improprio”.

1. L’illecito civile, a differenza di quello penale, è atipico: questo, sia con riferimento alla responsabilità contrattuale di cui all’art. 1218 c.c. che extracontrattuale a norma dell’art. 2043 c.c.

Invero, il legislatore non specifica le ipotesi in cui il debitore si rende responsabile dell’inadempimento e, parimenti, dispone che «qualunque fatto» colpevole che cagioni un danno ingiusto ad altri, obbliga chi lo ha commesso a risarcire il danno.

2. Va preliminarmente osservato, però, con specifico riferimento all’illecito extracontrattuale, che non è sempre stato così. Infatti, nell’impostazione codicistica del 1865 la responsabilità aquiliana aveva natura sanzionatoria e l’attenzione era diretta al danneggiante, il cui fatto illecito aveva provocato un danno alla vittima.

Tale tipo di responsabilità aveva lo specifico fine di tutelare il soggetto dall’aggressione ai suoi diritti fondamentali (rectius assoluti): sanzionava il soggetto che aveva, con il proprio comportamento colpevole, violato un precetto primario posto a presidio della tutela del patrimonio o di altri diritti della persona; ricalcando, a ben vedere, la funzione della responsabilità penale.

Con l’entrata in vigore del codice del 1942 si assiste ad un tangibile cambiamento della disciplina in materia di responsabilità extracontrattuale.

Invero, il legislatore struttura la norma di cui all’art. 2043 c.c. in un’ottica c.d. “vittimologica” la cui attenzione si concentra sul danneggiato e non più, come in passato, sul danneggiante: ai fini della risarcibilità del danno, dal 1942 in poi, quest’ultimo deve essere “ingiusto” e il comportamento del danneggiante perpetrato con dolo o colpa. La dicotomia tra ingiustizia e colpa riflette il rapporto tra danno e fatto, obbligando l’interprete a stabilire su quale soggetto debba gravare il peso del “danno”: sul danneggiato oppure sul danneggiante.

A ben vedere, l’impostazione dell’art. 2043 c.c. non permette più di considerare tale disposizione di carattere “secondario”, ossia vigente nelle sole ipotesi in cui l’agente violi un precetto “primario”; ma, come già fu osservato dalla giurisprudenza di legittimità nella nota sentenza resa a Sez. Un. nel 1999, la n. 500, è essa stessa norma di carattere generale, applicabile, cioè, non solo quando venga leso un diritto fondamentale costituzionalmente riconosciuto, bensì anche nelle ipotesi in cui sia lesa una posizione soggettiva di interesse o di fatto,  tutelata dall’ordinamento. Ragione per cui, la responsabilità aquiliana, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo codice civile, perde la sua funzione sanzionatoria e diviene, di contro, una norma il cui scopo è tipicamente ripristinatorio, assumendo così, carattere generale all’interno dell’ordinamento.

Come noto, parametro imprescindibile perché un soggetto sia chiamato a rispondere di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. è che abbia agito con dolo o con colpa, nonché, che il danno provocato sia “ingiusto”.

Con specifico riferimento a tale ultimo presupposto, si è discusso se l’ingiustizia si configuri quando il danno sia provocato sine iure oppure contra ius.

Nel primo caso, il danno ingiusto si configurerebbe nell’ipotesi in cui il fatto dell’agente non trovi cittadinanza all’interno dell’ordinamento, ragione per cui, in presenza di un comportamento del genere sarebbero risarcibili anche i danni meramente economici.

Il danno c.d. contra ius, invece, si verificherebbe nelle ipotesi in cui ad essere lesa sia una posizione giuridica soggettiva tutelata ancorché il fatto commesso trovi giustificazione nell’impianto ordinamentale.

Un’impostazione mediana ritiene necessario che il fatto sia contemporaneamente non ius e contra iure affinché il danno venga qualificato “ingiusto” e, di conseguenza, riconosciuta la responsabilità extracontrattuale dell’agente.

Senonché, secondo l’impostazione maggioritaria sia in dottrina che in giurisprudenza, risulterebbe ingiustificata la c.d. “doppia ingiustizia” del danno, laddove, si osserva, il carattere non iure si riferisce al fatto, mentre, contra ius si riferirebbe al danno: ragione per cui, si ritiene che il danno debba qualificarsi ingiusto solo quando venga lesa la posizione soggettiva di una persona tutelata dall’ordinamento (contra ius).

3. Quanto alla responsabilità da inadempimento, invece, quest’ultima rinviene la sua fonte nell’art. 1218 c.c., laddove è disposto che il debitore che non voglia incorrere in responsabilità contrattuale deve eseguire correttamente la prestazione oggetto dell’obbligazione. A ben vedere, questa forma di responsabilità civile non è sorretta dal generale dovere di neminem laedere cui tutti i consociati sono tenuti al rispetto, ma, al contrario, è una forma di responsabilità c.d. relativa, ossia, rivolta solo a determinati soggetti: il legislatore, invero, si riferisce al solo debitore.

4. La colpevolezza del debitore ex 1218 c.c. è presunta, infatti, sarà quest’ultimo a dover provare che l’inadempimento non è a lui imputabile; diversamente da quanto previsto a norma dell’art. 2043 c.c. laddove spetta al danneggiato provare (l’ingiustizia del danno e) la colpevolezza dell’agente.

Inoltre, dato il carattere relativo della responsabilità contrattuale, e, di conseguenza, il pregresso rapporto che intercorre tra i soggetti, ex art. 1225 c.c. è sancito che nell’ipotesi in cui l’inadempimento non dipenda dal dolo del debitore, il risarcimento è limitato al danno prevedibile al tempo in cui è sorta l’obbligazione. Tale ultima previsione è logicamente esclusa nelle ipotesi di responsabilità aquiliana non essendo, in tale ipotesi, richiesto che i soggetti fossero mai venuti in contatto prima.

Non può dirsi lo stesso con riferimento al concorso del fatto colposo del creditore. Invero, quanto alla valutazione dei danni ex art. 2056 c.c. è lo stesso legislatore che fa riferimento agli articoli in materia di responsabilità contrattuale. Ragione per cui, anche in ipotesi di responsabilità ex art. 2043 c.c., il danneggiato (creditore) vedrà diminuirsi il risarcimento in proporzione alla gravità della colpa con la quale ha concorso nel fatto del danneggiante (debitore).

Quanto osservato, si spiega anche in virtù del fatto che la responsabilità civile, sia essa contrattuale od aquiliana, ha valenza ripristinatoria e non sanzionatoria[1].

Ulteriore e fondamentale differenza tra le due descritte forme di responsabilità civile, riguarda l’onere probatorio cui è gravato il soggetto che chiede il risarcimento.

Ed invero, la responsabilità ex art. 1218 c.c., dato il titolo su cui si fonda l’obbligazione, in caso di mancato o inesatto adempimento, l’attore dovrà allegare alla domanda solo la fonte del suo diritto che ne giustifica la pretesa. Sarà altresì esonerato dal dover provare la colpa o il dolo del debitore: spetterà a quest’ultimo, convenuto in giudizio, provare di aver (correttamente) adempiuto oppure, di contro, che l’inadempimento lamentato dal creditore non è a lui imputabile. Inoltre, il creditore, nel caso in cui non ritenga di aver subito un “danno maggiore”, non dovrà provare nemmeno il danno-conseguenza dell’inadempimento.

Va specificato poi, che al creditore spetta la scelta di domandare l’esatto adempimento dell’obbligazione e l’eventuale danno da ritardo, oppure la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno.

Di contro, il danneggiato ex art. 2043 c.c. dovrà provare, al fine di ottenere il risarcimento del danno, che quest’ultimo sia ingiusto e colpevole. In altre parole, spetterà alla vittima provare il dolo o la colpa dell’agente, l’ingiustizia del danno, nonché il collegamento eziologico tra il fatto (o l’omissione di un fatto) del danneggiante e il danno sofferto.

Infine, ulteriore elemento differenziale tra i due tipi di responsabilità, è il regime della prescrizione: la responsabilità aquiliana, invero, ex art. 2947 c.c., è soggetta ad un termine di prescrizione abbreviato di cinque anni che decorrono dal giorno in cui il fatto si è verificato. Contrariamente, il termine di prescrizione cui è soggetta la responsabilità contrattuale è quello ordinario a norma dell’art. 2946 c.c. che prevede l’estinzione del diritto decorsi dieci anni dal giorno in cui tale diritto può essere fatto valere secondo quanto disposto all’art. 2935 c.c.

5. Ciò premesso, non mancano ipotesi in cui la responsabilità aquiliana e quella contrattuale concorrono, e, per questo motivo, si rende necessario stabilire quale forma di tutela spetta al danneggiato: le ipotesi di concorso si distinguono in proprie e improprie.

Il concorso c.d. proprio tra i due tipi di responsabilità civile può verificarsi in due ipotesi: nel caso in cui tra danneggiante e danneggiato intercorra altresì un pregresso “rapporto” dal quale risulti che il danneggiato sia creditore del danneggiante.

La seconda ipotesi si realizza allorquando l’inadempimento del debitore provochi un “danno ingiusto” nella sfera patrimoniale del creditore.

La giurisprudenza riconduce le ipotesi di “concorso proprio” a due tipiche ipotesi: la responsabilità del medico e quella c.d. da prodotto difettoso. Ed invero, nella prima ipotesi è agevole rinvenire nella prassi applicativa esempi in cui, l’inadempimento contrattuale (o c.d. da “contatto sociale”, che, si ricorda, la giurisprudenza più moderna riconduce nell’alveo della responsabilità contrattuale) del medico sia altresì causa di un danno ingiusto al paziente.

La seconda ipotesi, invece, si riscontra nelle ipotesi in cui il produttore fornisce al distributore un prodotto difettoso, incorrendo in tal modo in responsabilità contrattuale, e, contemporaneamente, a causa del difetto quello stesso prodotto arrechi un danno (ingiusto) al distributore. A ben vedere, le ipotesi di “concorso proprio” sono disposte dal legislatore, quindi, tipiche.

6. Diversamente, le ipotesi di concorso c.d. “improprio” si verificano allorquando non vi sia identità soggettiva tra danneggiato e creditore, ma siano coinvolte posizioni soggettive fondamentali, tali da richiedere che la tutela sia estesa anche al di là dell’ambito contrattuale e, quindi, nei confronti di soggetti estranei al rapporto obbligatorio.

Infatti, al fine di approntare una tutela “rafforzata” ai diritti fondamentali della persona, nonché a posizioni soggettive di particolare rilievo, la dottrina e la giurisprudenza hanno fatto spesso ricorso all’istituto di origine tedesca degli obblighi c.d. di protezione.

Tali obblighi, trasposti nell’ordinamento interno (anche) per il tramite di una lettura costituzionalmente orientata del generale dovere di buona fede, impongono, ad esempio, al locatore ex art. 1575 c.c. di consegnare la cosa locata in buono stato di manutenzione. Si ritiene che tale obbligo, previsto dal legislatore nei soli confronti del conduttore, sia altresì posto a tutela dei terzi estranei al contratto ma che vivano stabilmente con il conduttore.

Un’ipotesi problematica di “concorso improprio” la si rinviene nel fatto del terzo che concorre nell’inadempimento del debitore.

Ci si chiede se il terzo debba rispondere ex art. 2043 c.c., mentre, il debitore ai sensi dell’art. 1218 c.c.; oppure entrambi siano responsabili in solido ex art. 1218 c.c. data l’identità del fatto da cui deriva il danno.

Secondo l’opinione maggiormente accreditata in dottrina, avallata da una parte della giurisprudenza, al fine di apprestare una tutela più ampia al creditore-danneggiato, il debitore risponderà per l’inadempimento e il terzo, estraneo al rapporto obbligatorio, per responsabilità aquiliana laddove ricorrano i presupposti, ossia l’ingiustizia del danno e la colpevolezza dell’agente.

Infine, quanto ai termini di prescrizione propri di entrambe le forme di responsabilità, dato il termine c.d. breve previsto ex art. 2947 c.c. per la responsabilità aquiliana, si ritiene che in caso di concorso con la responsabilità contrattuale, una volta decorsi inutilmente cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato, al danneggiato spetterà, ove possibile, la domanda per il risarcimento del danno da inadempimento il cui diritto si prescriverà in dieci anni dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.

In altre parole, nella maggior parte dei casi, al danneggiato-creditore residueranno ulteriori cinque anni dal giorno in cui è prescritto il diritto al risarcimento ex art. 2043 c.c.

[1] Per un approfondimento, v. Cassazione civile, Sez. Un., 5 luglio 2017, n. 16601.

© 2017 Spia al Diritto Designed by AD Web Designer

logo-footer