Sommario: 1. Il principio di legalità e i suoi corollari. – 2. (Segue…) il principio di determinatezza e precisione. – 3. I nuovi reati di inquinamento e disastro ambientale. – 4. Il delitto di “atti persecutori”. – 5. Il reato di violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale.

 

1. Il principio di legalità ha origini illuministiche e marcatamente politiche, influenza l’intero ordinamento e non solo quello penale prescrivendo principi e doveri che il legislatore deve rispettare al fine di tutelare la libertà dei cittadini (e dei consociati, tutti).

La fonte primaria si rinviene all’interno della Costituzione all’art. 25 ma non mancano fonti altrettanto autorevoli a livello sovranazionale, come, ad esempio, l’art. 49 della Carta di Nizza e l’art. 7 della Cedu.

Conseguenza diretta e immediata del principio di legalità all’interno dell’ordinamento sono i suoi corollari declinati nel principio di riserva di legge; divieto di irretroattività; principio di determinatezza (e tassatività), nonché, secondo taluni, anche il principio di offensività.

Quanto al primo dei citati corollari, può accennarsi al dibattito in merito al se la riserva di legge dovesse avere valore assoluto oppure relativo: tale questione si è ormai da tempo assestata riconoscendo alla riserva di legge una natura c.d. “tendenzialmente assoluta”.

Il principio di irretroattività (sfavorevole) della legge, invece, impedisce che ad un soggetto possa essere applicata una pena per un fatto che all’epoca in cui fu commesso non costituiva reato, od anche, impedisce di punire più severamente un fatto che all’epoca in cui fu commesso era sanzionato meno gravemente.

Contraltare dell’irretroattività sfavorevole è la retroattività della legge favorevole la cui fonte, però, non si rinviene nell’art. 25 Cost. bensì nell’art. 3 Cost.

2. Infine, ulteriore corollario del principio di legalità è quello della determinatezza: quest’ultima impone al legislatore la formulazione di precetti chiari e ben definiti nella descrizione degli obblighi e dei divieti imposti ai consociati, in modo tale che di questi ultimi si possa pretendere l’osservanza.

Secondo una parte considerevole della dottrina il principio di determinatezza si distingue dal (ed è collegato al) principio di tassatività. Taluni infatti ritengono che il principio di determinatezza sia precetto rivolto al legislatore cui spetta il compito di definire in modo chiaro e completo le norme, e, di contro, il principio di tassatività sia monito rivolto al potere giurisdizionale cui spetta il compito (dovere) di applicare la legge in modo tassativo sì da eliminare (quanto più è possibile) l’arbitrio giudiziario nel rispetto del principio di uguaglianza.

Ulteriore specificazione del principio di determinatezza (e tassatività) la si rinviene in quella parte della dottrina che teorizza la tripartizione del principio di determinatezza, tassatività e precisione, laddove quest’ultima sarebbe intesa ad esortare il legislatore ad un maggiore rigore nella descrizione dei precetti normativi, sì da chiarire diritti e doveri dei consociati e, altresì, limitare gli spazi interpretativi del c.d. diritto vivente: tutto ciò, a ben vedere, al fine di limitare il potere e garantire maggiore libertà ai consociati nel rispetto del più generale principio di legalità.

Inoltre, per completezza, non può essere taciuto che in ambito europeo si assiste negli ultimi anni alla creazione di un “nuovo principio” destinato a dare maggiore rilievo ai descritti principi di irretroattività e determinatezza e, di conseguenza, maggiore tutela alla libertà individuale: ci si riferisce nello specifico al c.d. principio di “prevedibilità”.

Invero, dalla famosa sentenza Contrada della Corte Edu, la giurisprudenza sovranazionale sottolinea l’importanza del fatto che il consociato debba poter “prevedere” le conseguenze delle sue azioni perché solo in questo modo potrà compiere scelte libere e determinare il proprio agire in armonia oppure in contrasto con l’ordinamento di riferimento.

Alla c.d. prevedibilità, è opportuno osservarlo, viene ormai fatto ripetuto riferimento anche da parte della giurisprudenza interna, sì da poter pacificamente ritenere, secondo taluni, che sia divenuto anch’esso, insieme ai principi inderogabili che derivano direttamente dal nostro ordinamento, principio “fondamentale” della cultura giuridica italiana.

3. Tracciati brevemente i caratteri del principio di determinatezza (tassatività e precisione), è interessante a questo punto analizzarne gli aspetti applicativi in merito ad alcune figure di reato che hanno suscitato perplessità e animato il dibattito circa la loro interpretazione sia in dottrina sia in giurisprudenza.

Ci si riferisce in particolare all’intervento riformatore del 2015 stimolato dalle pressanti indicazioni provenienti dall’Europa con il quale il legislatore ha inserito nell’impianto del codice penale il Titolo VI-bis dedicato ai delitti contro l’ambiente.

Nello specifico ci si può soffermare sul delitto di inquinamento ambientale e su quello di disastro ambientale, rispettivamente disciplinati agli artt. 452 bis e 452 quater c.p.

Quanto al delitto di inquinamento ambientale, l’art. 452 bis c.p. sanziona chiunque cagioni un deterioramento o compromissione di acqua, aria, suolo e sottosuolo, nonché di un ecosistema o della biodiversità. Si assiste, a ben vedere, ad uno spostamento dell’oggetto di tutela: il legislatore passa da una visione antropocentrica del danno ad una visione etnocentrica di quest’ultimo.

La nuova norma, però, non è riuscita ad andare esente da critiche provenienti da una parte della dottrina che ha sollevato dubbi in merito alla determinatezza della sua formulazione.

Ed invero, è stato osservato, il legislatore utilizza il termine «abusivamente» per descrivere l’attività criminosa tralasciando di specificarne il significato e dando così la stura a diverse interpretazioni.

Secondo una prima impostazione il termine si riferirebbe a leggi, regolamenti, autorizzazioni amministrative di cui i soggetti devono munirsi per svolgere alcune attività, come, ad esempio, lo smaltimento dei rifiuti: in mancanza delle suddette autorizzazioni, la pena prevista dell’art. 452 bis c.p. si aggiungerebbe alle sanzioni amministrative previste per l’attività (svolta e) non autorizzata, od anche alle pene previste per la violazione di leggi speciali o regolamenti in materia.

A ben vedere, secondo l’impostazione ora richiamata, la questione sarebbe risolta facendo applicazione dei principi che regolano il concorso (apparente e non) di norme.

Una diversa interpretazione è stata avanzata da quella parte della dottrina propensa a ritenere che il termine «abusivamente» abbia carattere costitutivo del reato: in altre parole, il termine abusivamente sarebbe utilizzato dal legislatore come sinonimo di «illegalmente». In questo modo, qualora l’attività sia svolta nel pieno rispetto delle norme in materia, il reato ex art. 452 bis c.p. non si configurerebbe.

In merito a tale ultima questione esaminata è intervenuta recentemente la Corte di Cassazione.

Secondo l’interpretazione offerta dalla giurisprudenza della Corte Suprema il termine «abusivamente» non è elemento costitutivo del delitto di inquinamento ambientale, ben potendo l’attività essere svolta legittimamente ma configurarsi egualmente il reato, e, di contro, «abusivamente» svolta (ossia, ad esempio, in assenza di autorizzazioni oppure con autorizzazioni nulle  o scadute) ma non configurarsi gli estremi affinché si realizzi il delitto ex art. 542 bis c.p.

D’altro canto, precisa il Giudice di legittimità, laddove il legislatore ha voluto rimarcare il carattere costitutivo dell’attività illegittimamente svolta, lo ha fatto espressamente come, ad esempio, nell’ipotesi dell’art. 256 del d.lgs. n. 152 del 2006 che sanziona l’attività di gestione dei rifiuti «non autorizzata».

Ulteriore questione interpretativa che ha animato il dibattito intorno alla norma di cui all’art. 452 bis c.p., attiene ai termini «compromissione» e «deterioramento» dell’ambiente. Secondo una prima impostazione il legislatore ha inteso riferirsi ad un aspetto “quantitativo” dell’attività, una sora di “aggravamento” della condotta.

Per diversa impostazione, seguita anche dalla giurisprudenza, il discrimine sarebbe “qualitativo”, laddove, altrimenti, non si riuscirebbe a giustificare lo stesso trattamento sanzionatorio per due soggetti che commettono un reato la cui gravità è, seguendo l’impostazione prima ricordata, quantitativamente diversa.

Infine, quanto alla locuzione «significativo e misurabile» non sembrano esserci forti contrasti interpretativi: si è osservato al riguardo che il legislatore ha inteso dare atto ai principi di offensività e materialità del reato. Restando nello stesso ambito delittuoso, poi, non poche perplessità ha suscitato la norma che disciplina il disastro ambientale ex art. 452 quater c.p.

In riferimento al termine «abusivamente» la giurisprudenza ritiene di poter trarre le stesse conclusioni che sono state analizzate con riferimento al delitto di inquinamento ambientale.

Quanto al termine «disastro», invece, è utile soffermarsi sulla questione risolta dalla giurisprudenza intervenuta ad individuare il discrimine tra gli artt. 452 bis e 452 quater c.p.

Infatti la formulazione della norma non lascia trasparire una palese differenza nonostante il notevole divario sanzionatorio (nell’un caso è prevista la reclusione da due a sei anni e la multa da 10.000 a 100.000 euro, mentre per il disastro ambientale è prevista la reclusione da cinque a quindici anni).

Il disastro ambientale, invero, a differenza dell’inquinamento si connota di un grado di disvalore di evento di gran lunga maggiore: sarebbe, secondo le ultime indicazioni pretorie, un danno di dimensioni “straordinarie” ancorché “non immani”.

Tale criterio dimensionale, è stato osservato, lo si evince dal carattere “irreversibile” dell’alterazione all’ecosistema oppure dalla particolare onerosità che risulterebbe a seguito di interventi eccezionali per riparare il danno e, inoltre, l’art. 542 quater c.p. prevede l’offesa alla pubblica incolumità non contemplata dall’art. 452 bis c.p.

È proprio su tale ultimo aspetto che si è soffermata l’attenzione di una parte della dottrina che ha rimarcato il carattere fortemente indeterminato della locuzione «offesa alla pubblica incolumità» laddove in tale fattispecie delittuosa, si osserva, non è agevole individuare i soggetti destinatari della norma.

Un altro aspetto “problematico”, paradossale secondo taluni, lo si rinviene nel fatto che la norma in esame pone l’offesa alla pubblica incolumità in termini di «alternativa».

Anche in merito a tale ultima questione è intervenuta recentemente la Cassazione a chiarire che, nonostante l’infelice scelta dei termini operata in sede legislativa, il termine «offesa» richiamato nella norma dovrebbe essere interpretato (tradotto) come «pericolo» per la pubblica incolumità.

Infine, incertezze interpretative sono derivate dalla iniziale clausola di sussidiarietà dell’art. 452 quater c.p.: ed infatti è stato osservato che il legislatore sembrerebbe aver deciso di punire il disastro ambientale «fuori dei casi previsti dall’art. 434» c.p.

La perplessità genera proprio dal fatto che il disastro ambientale è nato come previsione ad hoc per differenziarsi e sanzionare quei fatti non ascrivibili al paradigma dell’art. 434 c.p. ma che, attraverso uno sforzo ermeneutico in sede giurisprudenziale, finivano per ricevere tutela proprio dalla previsione del c.d. “disastro innominato” (come avvenuto, a titolo esemplificativo, nel famoso caso “Eternit”).

Secondo una parte della dottrina la clausola di apertura dell’art. 452 quater c.p. avrebbe “solo” il compito di assicurare una continuità normativa tra gli illeciti commessi prima del 2015 ma ancora sub iudice: continuità normativa che, però, osserva altra parte della dottrina, sarebbe stata egualmente garantita dai principi generali del diritto penale e, in particolar modo, dall’art. 2 c.p.

4. Proseguendo oltre, sempre con specifico riguardo al principio di determinatezza e precisione legislativa nella formulazione e descrizione dei precetti normativi, è possibile analizzare altresì un diverso ambito delittuoso, ossia quello dei reati contro la persona.

Di particolare interesse in tale settore è risultato il delitto di atti persecutori disciplinato all’art. 612 bis c.p. e introdotto nel teso del codice penale con il d.l. n. 11 del 2009.

La norma in esame sanzione chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno a tal punto da cagionargli un «perdurante stato d’ansia», «timore», finanche costringendolo ad alterare le proprie abitudini di vita.

A bene vedere, lo stato d’ansia, il timore, le abitudini di vita, sono tutti elementi che, all’interno di una norma penale, è stato osservato, prestano il fianco a più di una possibilità interpretativa mancando di determinatezza e precisone nel senso sopra descritto.

Circa il termine «condotte reiterate» ci si chiedeva poi se queste ultime dovessero essere omogenee oppure potessero essere anche eterogenee: l’interpretazione dominante sia in dottrina che in giurisprudenza, anche per rispondere ad esigenze di prevenzione generale, ritiene che le condotte possano essere (anche) eterogenee.

Allo stesso modo, dato il tenore descrittivo del delitto, ci si è interrogati circa la natura del reato de quo, e, in particolar modo, se il legislatore avesse voluto descrivere un reato abituale c.d. proprio oppure, viceversa, improprio.

Dati gli elementi costitutivi del delitto ex art. 612 bis c.p., ossia la minaccia e la molestia, si ritiene comunemente che il delitto di atti persecutori sia un reato abituale c.d. improprio: in altri termini, un delitto abituale per la cui configurazione è necessario ma sufficiente anche uno soltanto dei comportamenti incriminati dalla norma (ad esempio, una sola minaccia).

Come sopra accennato, la presunta indeterminatezza del tenore letterale della norma, e, in special modo con riferimento ai termini «stato d’ansia», «timore» e «abitudini di vita», ha spinto i contrasti sorti in dottrina e in giurisprudenza al punto di sollevare questione di legittimità costituzionale per violazione dei principi di determinatezza e precisione, di cui è appunto destinatario il legislatore.

La Corte costituzionale ha ritenuto infondata la questione posta alla sua attenzione, ma, nel rigettare la domanda si è premurata di specificare la portata interpretativa (e quindi applicativa) della norma esaminata.

Nello specifico, il Giudice delle leggi ha affermato che, quanto al perdurante stato d’ansia o di paura e al fondato timore per la propria incolumità, trattandosi di eventi ascrivibili alla sfera emotiva e psicologica di una persona, debbono sempre essere accertati attraverso un’attenta osservazione di segni comportamentali della vittima, confrontando lo stato personale di quest’ultima prima e dopo l’ingerenza dei comportamenti tenuti dal presunto “persecutore”. Detto altrimenti, a tenore delle indicazioni provenienti dalla Consulta, la vittima deve aver subito un’apprezzabile e palese “destabilizzazione” del proprio equilibrio psicologico.

A tal proposito, inoltre, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che la prova dello stato d’ansia può e deve essere collegata a reali indici sintomatici che rilevino un concreto turbamento e un reale (e razionale) cambiamento dello stile di vita. A titolo esemplificativo, si consideri l’ipotesi di chi, a seguito di quotidiani apprezzamenti da parte del cameriere di un bar, decida di non recarsi più in quel luogo che frequentava da anni: non potrà penalmente ritenersi configurato, in tale ultima fattispecie, il delitto di cui all’art. 612 bis c.p.

Risulta allora quanto mai chiaro, a dispetto di quanto continua a ritenere una parte della dottrina, e la Corte costituzionale non ha rinunciato a ribadirlo nel 2014, che il delitto di atti persecutori, così come formulato, non presenta vizi di determinatezza perché permette al giudice di appurare con ragionevole certezza i fenomeni in esso descritti.

Non è troppo difficile, a questo punto, cogliere le “riserve” che continua a conservare quella parte della dottrina, che, attenta ai precetti di determinatezza e precisione, rammenta il “pericolo” insito in norme sì formulate, laddove, sostiene tale dottrina, lascerebbero troppi margini di discrezionalità interpretativa in sede pretoria.

5. In conclusione e per completezza, può ricordarsi in tale sede che di recente la Cassazione riunita ha tacciato di indeterminatezza il reato di violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale.

Nello specifico è opportuno ricordare che le misure di prevenzione sono altresì chiamate misure ante delictum perché sono applicate al “presunto reo” ben prima che sia stata accertata la commissione di un reato a questi imputabile. Infatti le misure di prevenzione sono applicate “solo” in presenza di gravi indizi di colpevolezza, e, per questo motivo, da sempre nel “mirino” della giurisprudenza sovranazionale e della dottrina nostrana.

Non essendo questa la sede per approfondire il tema delle misure di prevenzione ci si limiterà qui solo a dare contezza che l’art. 75 d.lgs. n. 159 del 2011 sanziona la violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale. In altri termini, la citata previsione normativa sanziona il soggetto che non rispetta le previsioni di cui all’art. 8 dello stesso decreto con l’arresto da tre mesi ad un anno, e, inoltre, al secondo comma dell’art 75 è prescritta una pena che può arrivare fino a cinque anni di reclusione nel caso in cui le prescrizioni violate riguardino l’obbligo o il divieto di soggiorno.

Si tenga poi conto del fatto che gli obblighi inerenti la sorveglianza speciale di cui all’art. 8 d.lgs. n. 159 del 2011 prevedono testualmente che «in ogni caso» il giudice prescrive di «vivere onestamente e rispettare le leggi».

Per queste ragioni, le sezioni unite della Corte di Cassazione, con una pronuncia del 2017, hanno ritenuto tale prescrizione non conforme ai principi di determinatezza e precisione, e, quindi, non idonea a fondare l’applicazione di una sanzione penale.

L’iter argomentativo seguito dal Giudice di legittimità fa espresso riferimento al principio di matrice sovranazionale cui si è accennato in precedenza, ossia la c.d. prevedibilità della pena.

In sintesi, chiarisce la Cassazione, la previsione di cui all’art. 8, n. 4, vìola il principio di determinatezza non offrendo né al consociato e tantomeno al giudice, un valido parametro cui orientarsi: al preposto per decidere liberamente se seguire le prescrizioni imposte dalla misura di prevenzione personale, e, al giudice, a maggior ragione, per stabilire quando le prescrizioni imposte siano state violate e sia, di conseguenza, stato commesso un reato.

 

 

 

 

 

CategoryDiritto Penale

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