Cass. pen., Sez. I, 24 gennaio 2018, n. 3392 (est. Sandrini)

 

Massima:

 

Affinché possa configurarsi il reato di omicidio del consenziente è necessario che il consenso della vittima alla propria soppressione costituisca il frutto di una deliberazione pienamente consapevole, non inquinata nella sua formazione da un deficit mentale di natura patologica, ciò in quanto deve sempre prevalere il diritto alla vita riconosciuto come inviolabile dall’art. 2 Cost.

 

Il caso:

Con sentenza in data 4.02.2016 la Corte d’assise d’appello di Roma confermava la condanna dell’imputato per i delitti, unificati in continuazione, di omicidio del consenziente del figlio disabile e di omicidio volontario in danno della moglie. Il duplice omicidio era stato commesso dall’imputato sulla scorta della volontà manifestata dalla moglie in un appunto scritto, che ne disponeva le modalità esecutive, ma la Corte territoriale aveva escluso la sussistenza di un consenso del figlio alla propria soppressione, contraddetta da una serie di indici che ne dimostravano l’attaccamento alla vita, tra i quali il conseguimento della laurea in scienze dell’educazione, e dalla patologia psichica che escludeva comunque la formazione di un consapevole consenso all’omicidio.

Ricognizione:

Quanto alla fattispecie di cui all’art. 579 c.p., la Suprema Corte ha chiarito che il consenso della vittima è elemento costitutivo del reato, di tal che, ove il reo incorra in errore sulla sussistenza del consenso, deve trovare applicazione la previsione normativa dell’art. 47, comma 2, c.p., in base alla quale l’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un reato diverso, che nel caso di specie è costituito dal delitto di omicidio volontario ex art. 575 c.p., del quale pertanto deve rispondere l’agente; il consenso della persona offesa, infatti, incide sulla tipicità del fatto punito dall’art. 579 c.p., e non sulla sua antigiuridicità (a titolo di esimente ex art. 50 c.p.), con la conseguenza che non può trovare applicazione nella fattispecie la disciplina dell’errore sulla sussistenza di una causa di giustificazione prevista dall’art. 59, comma 4 c.p. 

Peraltro, proprio l’art. 579, comma 3, n. 2, c.p. prevede che debba trovare applicazione la disposizione relativa all’omicidio volontario, ex art. 575 c.p. allorché il fatto sia commesso in danno di una persona che versi in condizioni (patologiche) di deficienza psichica, poiché in tal caso il consenso eventualmente manifestato dalla vittima non può considerarsi frutto di una deliberazione libera e consapevole.

Al contrario, in tutti i casi in cui manchi una prova univoca, chiara e convincente circa la effettiva volontà di morire manifestata dalla vittima deve riconoscersi assoluta prevalenza al diritto alla vita, quale diritto personalissimo, riconosciuto come inviolabile dall’art. 2 Cost., che non può attribuire a terzi, anche se stretti congiunti, il potere di disporre, in base alla propria percezione della qualità della vita altrui, dell’incolumità e dell’integrità fisica di un’altra persona.

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