Cass. civ., Sez. I, 25 gennaio 2018, n. 1894 (est. Cristiano)

 

Massima:

 

Va trasmessa la causa al Primo Presidente per l’eventuale rimessione alle Sezioni Unite per la risoluzione della questione controversa relativa all’ammissibilità dell’esercizio di un’azione revocatoria ordinaria o fallimentare nei confronti del fallimento, promossa contra una procedura concorsuale.

 

Ricognizione:

Secondo un orientamento seguito da alcune recenti pronunce della Cassazione, non è ammissibile un’azione revocatoria, ordinaria o fallimentare, nei confronti di un fallimento (Cass. civ., n. 10486/2011; Cass. civ., n. 3672/2012). E ciò in quanto verrebbe ad urtare contro il “principio di cristallizzazione della massa passiva alla data di apertura del concorso”, così come stabilito dalle norme di cui alla L. Fall., artt. 51 e 52: posto che l’effetto giuridico favorevole all’attore in revocatoria si produce soltanto a seguito della sentenza che accoglie la domanda – così si sottolinea -, il medesimo effetto non potrà essere invocato contro la massa. Infatti, gli effetti restitutori conseguenti alla revoca retroagiscono alla data della domanda, sicché la durata del processo andrebbe a scapito di chi ha ragione.

Occorre però osservare che, secondo un diverso orientamento più risalente, il giudizio revocatorio ben può proseguire (avanti allo stesso giudice) pur se sopravviene, nelle more di questo, il fallimento del soggetto che è stato convenuto in revocatoria (Cass. civ., n. 7583/1994; Cass. civ., n. 5272/2008).

Su tale scia deve rilevarsi che l’opinabilità della soluzione contraria deriva proprio dall’attenta analisi dell’art. 51 l. fall., che in modo espresso parifica in relazione alle azioni individuali di tipo esecutivo e cautelare – il proseguimento dell’azione al suo inizio.

Inoltre, secondo l’insegnamento tradizionale e pacifico della Cassazione, l’esercizio vittorioso dell’azione revocatoria ha effetto retroattivo: pur intrinsecamente valido, l’atto – che sia stato revocato – manca ab imo di efficacia nei confronti di chi l’ha esperita, e dunque anche nei confronti del fallimento. Secondo quanto comunemente si ritiene, d’altro canto, il debito restitutorio del soggetto, che la revoca ha subito, è debito di valore e gli interessi sulla somma da restituire vengono a correre anche prima della domanda giudiziale, se vi è stato atto di costituzione in mora. Non sembra, di conseguenza, che l’azione in esame sia destinata a incidere sul c.d. principio di cristallizzazione della massa passiva.

Non pare, per altro verso, che la azione revocatoria possa essere ricondotta al divieto “di inizio” e “di proseguimento” delle azioni esecutive e cautelari disposto dalla L. Fall., art. 51. Secondo una convincente opinione, emersa in dottrina, l’azione revocatoria si manifesta piuttosto come azione di accertamento con effetti costitutivi: rispetto alla quale chi la propone non chiede l’accertamento nè di un diritto di credito, nè di un diritto reale o personale di godimento; chiede, per contro, una pronuncia che ricostituisca la garanzia patrimoniale del proprio debitore, stesso obiettivo delle procedure concorsuali.

Ma da tenere in adeguato conto, sotto il profilo sistematico in specie, è pure la norma del D.Lgs. n. 270 del 1999, art. 91 dedicato alla regolamentazione della procedura di amministrazione straordinaria, che ammette la c.d. revocatoria aggravata nei confronti appartenenti al medesimo gruppo di quella dichiarata insolvente.

Segnalato in tal modo il contrasto esistente nella giurisprudenza di legittimità, il tema va sottoposto all’attenzione delle Sezioni Unite.

© 2017 Spia al Diritto Designed by AD Web Designer

logo-footer