Cass. civ., Sez. III, ordinanza 19 gennaio 2018, n. 1465 (est. Rossetti)

 

Massima:

 

Il Collegio chiede alle Sezioni Unite di stabilire se siano corretti i seguenti principi:

 

(a) nell’assicurazione contro i danni non è consentito alle parti elevare al rango di “sinistri” fatti diversi da quelli previsti dall’art. 1882 c.c. ovvero, nell’assicurazione della responsabilità civile, dall’art. 1917 c.c., comma 1;

 

(b) nell’assicurazione della responsabilità civile deve ritenersi sempre e comunque immeritevole di tutela, ai sensi dell’art. 1322 c.c., la clausola la quale stabilisca che la spettanza, la misura ed i limiti dell’indennizzo non già in base alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui l’assicurato ha causato il danno, ma in base alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui il terzo danneggiato ha chiesto all’assicurato di essere risarcito.

 

Ricognizione:

La Corte di Cassazione si diffonde nuovamente sul tema delle clausole claims made, interrogandosi sul se la peculiare struttura del contratto di assicurazione riverberi effetti sull’autonomia negoziale, limitandola.

Secondo la Sezione III, nell’assicurazione contro i danni non è consentito alle parti elevare al rango di “sinistri” fatti diversi da quelli previsti dall’art. 1882 c.c. ovvero, nell’assicurazione della responsabilità civile, dall’art. 1917 c.c., comma 1. E deve quindi sempre ritenersi immeritevole di tutela, ai sensi dell’art. 1322 c.c., la clausola la quale stabilisca che la spettanza, la misura ed i limiti dell’indennizzo siano determinati non già in base alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui l’assicurato ha causato il danno, ma in base alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui il terzo danneggiato ha chiesto all’assicurato di essere risarcito.

Infatti, l’art. 1882 c.c. stabilisce che l’assicurazione contro i danni è il contratto col quale l’assicuratore si obbliga a rivalere l’assicurato del danno ad esso prodotto “da un sinistro”. In base al testo considerato il Thesaurus della nostra lingua (Battaglia, Grande dizionario etimologico della lingua italiana, Torino 1998, vol. 19^, p. 75, ad vocem), il lemma “sinistro” ha il significato – per quanto rileva ai nostri fini – di “evento sfavorevole, dannoso; disgrazia, sciagura; incidente, avversità”, e non “richiesta risarcitoria”.

Questo è indubbiamente il significato avuto presente dal legislatore, non solo nel codice civile, ma in centinaia di testi normativi. Che in materia assicurativa sinistro sia sinonimo di “evento dannoso” emerge dal codice civile (cfr. gli artt. 1892, 1898, 1900, 1905); dal codice della navigazione (cfr. gli artt. 191, 209, 343, 353, 514, 727, 832 cod. nav.); dal regolamento di esecuzione del codice della navigazione (cfr. gli artt. 93, 94, 465, 466 bis, 523 reg. esec. cod. nav.); dall’art. 642 c.p.

È confermato, inoltre, dalla legislazione comunitaria: in tal senso infatti il lemma “sinistro” è usato nel testo italiano della Direttiva 2009/103/CE e della Direttiva 2009/138/CE. Nell’uno e nell’altro caso costituisce la traduzione del francese “accident” e dell’omofono inglese “accident”, che hanno pur essi il significato di “fatto dannoso”, e non di “richiesta risarcitoria”.

Inoltre, il sinistro di cui è menzione nell’art. 1882 c.c. è l’avveramento del rischio di cui all’art. 1895 c.c.: quest’ultimo è il rischio in astratto, l’altro è il rischio in concreto. Dunque, in virtù del rapporto di circolarità che intercorre tra rischio assicurabile e rischio in concreto, anche l’interpretazione sistematica impone di ritenere il sinistro di cui all’art. 1882 c.c. deve essere un evento avverso, pregiudizievole e non voluto.

Pertanto, assicurato ed assicuratore hanno ampia discrezionalità nella scelta dei rischi da assicurare ma non hanno la facoltà di prevedere che per sinistro debba intendersi un evento privo dei caratteri di incertezza, possibilità, dannosità, indesiderabilità, altrimenti tramutando l’assicurazione in una scommessa: è insegnamento risalente e autorevole, infatti, che nell’assicurazione il rischio è effettivamente esistente; nella scommessa il rischio è artificialmente creato dalle parti.

Il problema appena esaminato non è nuovo: tutta la storia del diritto delle assicurazioni è costellata di periodici scivolamenti del contratto d’indennità verso il contratto d’azzardo, per fini più o meno commendevoli.

Nelle assicurazioni marittime medioevali e rinascimentali, ad esempio, al fine di prevenire contestazioni pretestuose da parte dell’assicuratore circa l’esistenza e l’entità del pregiudizio patito dall’assicurato, cominciarono a diffondersi clausole che elevavano al rango di sinistro non l’affondamento della nave, ma la richiesta del beneficiario (le clausole “habeat vel non”). La liceità di patti simili fu aspramente avversata da insigni giureconsulti, e si affermò che quando le parti concordano di qualificare “sinistro” un evento al cui avverarsi l’assicurato non ha un interesse contrario, “dessa non è una vera assicurazione, e non ne ha che il nome”, scivolandosi verso la scommessa.

Quindi ove si desse luogo al predetto tramutamento dell’assicurazione in scommessa, il contratto dovrebbe considerarsi nullo se stipulato da una impresa di assicurazione, la quale ha l’obbligo di limitare la propria attività alla stipula di contratti assicurativi (D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209), salve le eccezioni previste dalla legge (tra le quali ovviamente non rientra la raccolta di scommesse).

Né tali principi possono soffrire eccezione nel campo della responsabilità civile. Difatti, in caso contrario, si produrrebbero conseguenze paradossali.

Come già detto, si farebbe dipendere l’obbligazione dell’assicuratore da un evento non dannoso, in deroga a quanto stabilito dall’art. 1882 c.c.

Si farebbe dipendere l’obbligazione dell’assicuratore dall’avverarsi di un evento al cui avverarsi l’assicurato non ha un interesse contrario, in deroga a quanto stabilito dall’art. 1882 c.c.

E, ancora, l’assicurato non potrebbe mai avere nessuna copertura nell’ipotesi di assicurazione della responsabilità civile per conto altrui (art. 1891 c.c.). Stabilisce, infatti, l’art. 1900 c.c. che “l’assicuratore non è obbligato per i sinistri cagionati da dolo o da colpa grave del contraente”, e una richiesta di risarcimento non potrebbe che essere stata scritta volontariamente, e quindi con dolo.

Infine, si perverrebbe al seguente ulteriore paradosso: che nel caso di morte dell’assicurato, cesserebbe il rischio ex art. 1896 c.c. e si scioglierebbe il contratto, e gli eredi dell’assicurato che avesse commesso un danno sarebbero sempre e comunque privi della copertura assicurativa.

Alla luce di tutto quanto esposto sin qui, deve concludersi che nel campo del contratto di assicurazione della responsabilità civile l’autonomia negoziale delle parti non è illimitata.

E, ai fini della risoluzione del problema in esame, è del tutto irrilevante la circostanza che l’art. 1932 c.c., nell’elencare le norme inderogabili dalla volontà delle parti, non faccia cenno dell’art. 1917 c.c., comma 1. Di prevedere l’inderogabilità di quella norma non v’era infatti bisogno, per la semplice ragione che derogare all’art. 1917 c.c., comma 1, significa stipulare un contratto che non è un’assicurazione della responsabilità civile.

Ciò premesso, la Suprema Corte auspica che le Sezioni Unite diano risposta stabilendo che la clausola claim’s made, nella parte in cui esclude il diritto dell’assicurato all’indennizzo quando la richiesta di risarcimento gli pervenga dal terzo dopo la scadenza del contratto, sia dichiarata immeritevole di tutela sempre e comunque.

E ciò in quanto la meritevolezza di cui all’art. 1322 c.c., comma 2, non si esaurisce nella liceità del contratto, del suo oggetto o della sua causa. Secondo la Relazione al Codice civile, la meritevolezza è un giudizio (non un requisito del contratto) e deve investire non il contratto in sè, ma il risultato con esso perseguito. Tale risultato dovrà dirsi immeritevole quando sia contrario alla coscienza civile, all’economia, al buon costume od all’ordine pubblico. Principio poi consacrato negli artt. 2, 4, comma 2 e 41, comma 2 Cost.

Dunque, l’immeritevolezza discende dalla contrarietà del risultato che il patto atipico intende perseguire con i principi di solidarietà, parità e non prevaricazione che il nostro ordinamento pone a fondamento dei rapporti privati.

In tale prospettiva, già in passato sono stati ritenuti immeritevoli, ai sensi dell’art. 1322 c.c., comma 2, contratti o patti contrattuali che, pur formalmente rispettosi della legge, avevano per scopo o per effetto di:

  1. a) attribuire ad una delle parti un vantaggio ingiusto e sproporzionato, senza contropartita per l’altra (Cass. civ., n. 22950/2015; n. 19559/2015);
  2. b) porre una delle parti in una posizione di indeterminata soggezione rispetto all’altra (Cass. civ., n. 4222/2017);
  3. c) costringere una delle parti a tenere condotte contrastanti coi superiori doveri di solidarietà costituzionalmente imposti (Cass. civ., n. 14343/2009).

Ebbene, alla stregua dei suddetti criteri la clausola claim’s made inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile non appare destinata a perseguire interessi meritevoli di tutela, sotto nessuno dei tre aspetti indicati. Riduce infatti il periodo effettivo di copertura assicurativa, dal quale resteranno verosimilmente esclusi tutti i danni causati dall’assicurato nella prossimità della scadenza del contratto. E’ invero praticamente impossibile che la vittima d’un danno abbia la prontezza e il cinismo di chiederne il risarcimento illico et immediate al responsabile.

Inoltre, pone l’assicurato in una posizione di indeterminata soggezione rispetto all’altra, poiché fa dipendere la prestazione dell’assicuratore della responsabilità civile non solo da un evento futuro ed incerto ascrivibile a colpa dell’assicurato, ma altresì da un ulteriore evento futuro ed incerto dipendente dalla volontà del terzo danneggiato: la richiesta di risarcimento.

In terzo luogo, può costringere l’assicurato a tenere condotte contrastanti coi superiori doveri di solidarietà costituzionalmente imposti. La clausola in esame infatti, elevando la richiesta del terzo a “condizione” per il pagamento dell’indennizzo, legittima l’assicuratore a sottrarsi alle proprie obbligazioni ove quella richiesta sia mancata.

Nel contempo sono agevolmente confutabili alcuni argomenti adoperati dalla dottrina favorevole a tali clausole, che sono i seguenti:

(a) la clausola claim’s made non sarebbe atipica, e quindi sfuggirebbe al vaglio di meritevolezza di cui all’art. 1322 c.c.;

(b) la clausola claim’s made è consentita dal principio di libertà negoziale, di cui all’art. 1322 c.c.;

(c) la clausola claim’s made è diffusa in tutti i Paesi del mondo, e vietarla nuocerebbe all’economia nazionale;

(d) la clausola claim’s made consente all’impresa di assicurazione risparmi sugli indennizzi, sull’accantonamento delle riserve sinistri e sui costi gestione; se mancasse, i costi dell’assicurazione di responsabilità civile diverrebbero “proibitivi”.

Il primo argomento è manifestamente infondato per le ragioni sono esposte circa l’impossibilità di considerare sinistro l’inoltro di una richiesta risarcitoria.

Il secondo argomento è confutato alla luce di quanto detto in riferimento al vaglio di meritevolezza ex art. 1322 c.c.

Il terzo ed il quarto argomento hanno ben poco di giuridico e devono quindi considerarsi irrilevanti.

Dunque, la questione va rimessa alle Sezioni Unite.

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