Cass. pen., Sez. VI, 21 dicembre 2017, n. 57249 (est. Capozzi)

 

Massima:

 

Rimessa alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto: “se commetta più violazioni dell’art. 337 cod. pen. l’agente che, con una sola azione usa violenza o minaccia per opporsi a più pubblici ufficiali o a più incaricati di pubblico servizio mentre compiono un atto del loro ufficio o servizio o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza”.

 

Ricognizione:

Il Collegio osserva che sussiste un contrasto interpretativo sulla sussistenza di una o più violazioni dell’art. 337 c.p. nel caso in cui l’azione minacciosa o violenta è realizzata nei confronti di una pluralità di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio o, ancora, di soggetti che, richiesti, vi prestino assistenza.

L’orientamento fatto proprio dalla sentenza impugnata si pone nell’alveo di una più risalente giurisprudenza, secondo la quale, qualora la funzione pubblica sia esercitata da una pluralità di pubblici ufficiali attraverso azioni che si integrano a vicenda, la pluralità delle contrapposte reazioni con cui l’autore della resistenza intenda bloccare le predette funzioni integra più reati di cui all’art. 337 c.p. in continuazione (Cass. pen., n. 3546/1988); e ciò in quanto la resistenza, pur ledendo unitariamente il pubblico interesse alla tutela del normale funzionamento della pubblica funzione, si risolve in distinte offese al libero espletamento dell’attività funzionale di ciascun pubblico ufficiale.

La soluzione opposta, secondo questo indirizzo, trascura di considerare che la pubblica amministrazione è un’entità astratta, che agisce per mezzo di persone fisiche, ciascuna delle quali conserva una distinta identità, suscettibile di offesa. Inoltre, depone in tal senso un argomento testuale, il reato di resistenza a pubblico ufficiale è connotato, nella sua esplicazione tipica, da violenza o minaccia alla persona, condotta che conferisce centralità all’opposizione violenta all’azione del singolo pubblico ufficiale (Cass. pen., n. 35227/2017).

A questo orientamento si oppone quello, emerso più recentemente, secondo il quale la condotta sopra descritta integra un unico reato (Cass. pen., n. 37727/2014). Nel giustificare il discostamento dal precedente orientamento si osserva che la diversa soluzione trova ragione nella stessa struttura del reato secondo la formulazione letterale della disposizione, la dove focalizza quale obiettivo della condotta criminosa l’opposizione all’atto piuttosto che la violenza o minaccia nei confronti del singolo in quanto tale, essendo il bene espressamente tutelato dall’art. 337 cod. pen. rappresentato dalla regolare attività dell’Amministrazione rispetto alla quale l’offesa al pubblico ufficiale rappresenta un danno collaterale. L’opposta conclusione perde di vista il bene indiscutibilmente oggetto della salvaguardia apprestata dall’art. 337 c.p., che è rappresentato dal regolare svolgimento dell’attività della P.A.

Peraltro, ove si intendesse configurare una pluralità di violazioni dell’art. 337 c.p. occorrerebbe un quid pluris anche sotto il profilo dell’elemento soggettivo: la riconoscibile esistenza di uno specifico atteggiamento psicologico diretto a realizzare l’evento tipico previsto dalla norma incriminatrice nei confronti di ciascuna persona distintamente considerata.

L’attualità del contrasto esposto implica la necessità dell’intervento delle Sezioni Unite.

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