Cass. pen., Sez. IV, 22 novembre 2017, n. 53150 (est. Ranaldi)

 

Massima:

 

In tema di assistenza sanitaria ai detenuti, il medico, tenuto conto della storia clinica pregressa del detenuto (trauma toracico al polmone conseguente a ferita da arma da fuoco), ha il precipuo dovere di attivarsi per monitorare con attenzione la situazione medica del paziente, con visite approfondite e non con meri “rilievi di passaggio”, all’occorrenza segnalando alla direzione carceraria la necessità di trasferire il detenuto in una struttura sanitaria idonea a curarlo adeguatamente.

 

Ricognizione:

La Corte di Cassazione chiarisce che l’applicazione nei confronti del medico della scriminante dell’adempimento del dovere, di cui all’art. 51 c.p. è configurabile nel caso in cui la condotta colposa dell’agente derivi dall’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini e discipline imposta da direttive o disposizioni superiori, mentre la stessa non può essere riconosciuta nelle ipotesi di delitto colposo, quando la condotta riferibile all’agente che ricopre una posizione di garanzia sia caratterizzata da un atteggiamento di mera negligenza o imprudenza (Cass. pen., n. 20123/2011). Difatti, l’esimente dell’adempimento di un dovere è in pieno e palese contrasto logico-giuridico con un atteggiamento psichico di colpa per trascuratezza o avventatezza, dal momento che è di tutta evidenza, sul piano strettamente logico, come non si possa essere né negligenti, né imprudenti, ed in definitiva inadeguati alla bisogna, per comando o direttiva di un superiore.

Ciò premesso, si sofferma sulla tutela della salute nell’ambito del sistema penitenziario, osservando che il sistema dell’assistenza sanitaria penitenziaria, disciplinato dall’art. 11 della legge n. 354/1975, prevede che in ogni istituto penitenziario vi siano un servizio medico ed un servizio farmaceutico rispondenti alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti e degli internati e che si disponga, inoltre, dell’opera di almeno uno specialista in psichiatria.

In tal modo si garantisce la tutela del diritto alla salute delle persone private della libertà personale, consacrata, in primo luogo, dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione EDU, che sostanzialmente fanno riferimento al divieto di sottoporre i detenuti a trattamenti disumani e degradanti, sulla scorta di principi giurisprudenziali ricavati dalla Corte EDU, quale corollario del diritto alla vita ed alla dignità umana.

Vi sono, poi, le Regole penitenziarie Europee, ove si afferma che la finalità del trattamento consiste nel “salvaguardare la salute e la dignità” dei condannati nella prospettiva del loro reinserimento sociale (art. 3).

Tali principi e regole si pongono in linea sia con il principio di umanizzazione sia con la finalità rieducativa della pena, dal momento che entrambi postulano il perseguimento di una piena ed efficace tutela del diritto alla salute del condannato, posto che solo una condizione di benessere psico-fisico dello stesso può garantire il suo recupero e perciò il suo reinserimento sociale.

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