CGUE, 10 ottobre 2017, C-413/15

 

Massima:

 

1) L’articolo 288 TFUE deve essere interpretato nel senso che non esclude, di per sé, che le disposizioni di una direttiva idonee a produrre un effetto diretto siano opponibili a un ente che non sia dotato di tutte le caratteristiche enunciate al punto 20 della sentenza del 12 luglio 1990, Foster e a. (C-188/89, EU:C:1990:313), lette congiuntamente a quelle indicate al punto 18 della medesima sentenza.

2) Le disposizioni di una direttiva idonee a produrre un effetto diretto sono opponibili a un organismo di diritto privato cui sia stato demandato da uno Stato membro un compito di interesse pubblico, come quello inerente all’obbligo imposto agli Stati membri dall’articolo 1, paragrafo 4, della seconda direttiva 84/5/CEE del Consiglio, del 30 dicembre 1983, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli, come modificata dalla terza direttiva 90/232/CEE del Consiglio, del 14 maggio 1990, e che, a tal fine, disponga per legge di poteri che eccedono quelli risultanti dalle norme applicabili nei rapporti fra singoli, come il potere di imporre agli assicuratori che svolgono un’attività di assicurazione automobilistica nel territorio dello Stato membro interessato di affiliarsi a tale organismo e di finanziarlo.

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Ricognizione:

Con la sentenza in epigrafe la CGUE affronta la questione relativa agli effetti prodotti dalle direttive europee nell’ordinamento giuridico dei singoli stati membri.

La Corte si pronuncia a seguito del rinvio pregiudiziale con il quale si chiede se le disposizioni della seconda direttiva 84/5/CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli, che siano idonee a produrre un effetto diretto siano opponibili a un organismo di diritto privato al quale uno Stato membro abbia demandato il compito di cui all’articolo 1, paragrafo 4, della stessa direttiva.

È principio pacifico ricavabile dalla giurisprudenza comunitaria quello in virtù del quale le disposizioni incondizionate e sufficientemente precise di una direttiva (non recepita) possono essere invocate dai singoli cittadini nei confronti di organismi o di enti statali. Tuttavia, una direttiva non può, di per sé, creare obblighi in capo a un singolo e non può dunque essere invocata in quanto tale nei suoi confronti, poiché estendere in tal senso l’invocabilità delle direttive non recepite equivarrebbe a riconoscere all’Unione europea il potere di sancire con effetto immediato obblighi a carico di questi ultimi, mentre tale competenza le spetta solo laddove le sia attribuito il potere di adottare regolamenti (EU:C:1994:292; EU:C:2004:584).

Occorre però precisare che, secondo una giurisprudenza altrettanto costante della Corte, gli amministrati, qualora siano in grado di far valere una direttiva non nei confronti di un singolo, bensì di uno Stato, possono farlo indipendentemente dalla veste nella quale questo agisce, come datore di lavoro o come pubblica autorità. In entrambi i casi è opportuno evitare, infatti, che lo Stato possa trarre vantaggio dalla sua inosservanza del diritto dell’Unione (EU:C:1990:313; EU:C:2000:441).

In base a tali considerazioni, la Corte ha ammesso che siffatte disposizioni siano invocabili dagli amministrati non soltanto nei confronti di uno Stato membro e di tutti gli organi della sua amministrazione, ma anche nei confronti di organismi o enti soggetti all’autorità o al controllo dello Stato o che dispongono di poteri che eccedono quelli risultanti dalle norme applicabili nei rapporti fra singoli.

Tali organismi o enti si distinguono dai singoli e devono essere equiparati allo Stato, vuoi perché sono persone giuridiche di diritto pubblico facenti parte dello Stato in senso ampio, vuoi perché sono soggetti all’autorità o al controllo di una pubblica autorità, vuoi perché sono stati incaricati da una tale autorità di svolgere un compito di interesse pubblico e sono stati a tal fine dotati di poteri che eccedono quelli risultanti dalle norme applicabili nei rapporti fra singoli. 

Dunque, la pronuncia in esame apre le porte ad una significativa dilatazione dello spettro applicativo delle direttive non recepite, nella misura in cui aderisce ad una nozione sostanziale e pragmatica di ente pubblico, scevra da automatismi, che sembra tale da inglobare non solo le società in house, bensì anche le società a partecipazione pubblica che, pur non risultando specificamente provviste dei requisiti dell’in house, perseguono prevalentemente finalità pubblicistiche e/o sono sottoposte al penetrante controllo della PA.

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