Cass. pen., Sez. V, 10 maggio 2017 (dep. 3 novembre 2017), n. 50187, Pres. Fumo, Rel. De Marzo

1. Una pronuncia definita “paradossale” dai mezzi di informazione, da esponenti del potere politico e dall’opinione pubblica in generale. Eppure, la sentenza resa dalla V Sez. della Corte di Cassazione, n. 50187/2017, affronta un nodo essenziale, inerente la tenuta costituzionale del potere repressivo dello Stato, rammentando, cioè, l’esistenza di un sistema di limiti e contrappesi volto a garantire, sempre, un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma penale e, per questa via, la stessa efficacia della risposta sanzionatoria.

2. L’occasione è offerta da una vicenda sulla quale si è espresso il Tribunale di Trapani, assolvendo un giornalista italiano dal reato di diffamazione che egli avrebbe consumato ai danni di Mariano Agate, appartenente all’associazione di tipo mafioso denominata “Cosa Nostra”, esponente del mandamento di Mazara del Vallo. Appartenenza processualmente accertata, essendo stato condannato per il reato di cui all’art. 416 bis c.p.

Il giornalista, nel dare notizia – sul proprio blog – della morte dell’Agate, concludeva equiparando lo stesso ad un escremento. Ricorrevano al Tribunale di Trapani i familiari di quest’ultimo, chiedendo che il giornalista fosse punito per il reato previsto dall’art. 595, comma 3, c.p., avendone, con quelle affermazioni, offeso la sua reputazione.

Tuttavia, i giudici trapanesi assolsero il giornalista, affermando come nel caso di specie, dovesse ritenersi operativo il diritto di critica, evidenziando, inoltre, che l’espressione retorica, utilizzata dal giornalista, perseguiva l’obiettivo di aggredire l’ambiguità del sistema di controvalori mafioso.[1] Ricorre, per cassazione, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trapani, lamentando erronea applicazione della legge penale.

3. La Corte regolatrice dichiara il ricorso fondato, accogliendo le doglianze del Procuratore ricorrente, ed offrendo una motivazione dai rilevanti riflessi sociali. Il ragionamento svolto dal giudice di legittimità impone una precisazione in tema di delitto di diffamazione[2], con riferimento al quale vanno anzitutto distinte le specifiche ipotesi di operatività delle cause di giustificazione comuni, rappresentate dal diritto di cronaca e da quello di critica.[3]

Sul primo, la giurisprudenza, con specifico riferimento alla stampa e agli altri mezzi di pubblicità, ha individuato tre canoni – che devono essere contemporaneamente concorrenti – cui la notizia pubblicata deve uniformarsi, ancorché offensiva per il destinatario, per rimanere lecita in quanto espressione della libertà di manifestazione del pensiero: essa deve essere di pubblico interesse, vera e deve rispettare il canone della continenza, ossia della correttezza formale dell’espressione, senza scadere nella mera contumelia ovvero nell’insulto fine a sé stesso.[4]

Con riferimento al diritto di critica, la Corte, definendolo alla stregua di un giudizio valutativo, ricorda che esso postula certamente la verità dei fatti a cui si riferisce, sebbene è innegabile il carattere intrinsecamente soggettivo dello stesso. Ciò non toglie che non può, comunque, concretizzarsi in un’espressione che sia “ingiustificatamente sovrabbondante”, dovendo sussistere, anche per il diritto di critica, ai fini della non punibilità, il carattere della continenza e cioè di una forma espositiva corretta, rispettosa dell’altrui reputazione.

4. Quest’ultima è concetto assai importante, atteso che della diffamazione è l’oggettività giuridica che il legislatore codicistico del ‘30 ha inteso tutelare. Essa, anzitutto, rappresenterebbe  – secondo le più note definizioni pretorie – “il senso della dignità personale nell’opinione degli altri, un sentimento limitato all’idea di ciò che, per la comune opinione, è socialmente esigibile da tutti in un dato momento storico”.[5]

Si tratterebbe, allora, dell’onore in senso oggettivo, e cioè di quel particolare patrimonio morale che i consociati riconoscono a taluno, ovvero la stima di cui gode un soggetto nella comunità in cui vive. Così, dottrina e giurisprudenza si sono sempre interrogate sul senso dell’offesa alla reputazione, melius sulla sacrificabilità di tale patrimonio morale o stima pubblica, considerata la necessità di contemperare esigenze costituzionali, quali la dignità della persona ex artt. 2 e 3 Cost. e la libertà di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 Cost.

Specialmente se quest’ultima assume i connotati tipici del watchdog journalism[6], espressione molto utilizzata nel mondo anglosassone, tesa ad evidenziare il ruolo di “cane da guardia”, che spetterebbe all’informazione – anche critica – della democrazia. Appare innegabile, in questi casi, l’operatività delle cause di giustificazione comuni dell’esercizio di un diritto o dell’adempimento di un dovere, ex art. 51 c.p.

5. Se così stanno le cose, deve però evidenziarsi la complessità di determinati fenomeni sociali che, nella fase dell’analisi giuridica, non si esauriscono in un mero schema sillogistico metagiuridico, pretendendosi il rispetto dei principi generali dell’ordinamento e l’attuazione di un sistema di garanzia, certamente, neutro.

Al primo dei suddetti ragionamenti ha, forse, aderito il Tribunale di Trapani allorquando, nell’assolvere il giornalista, aveva sottolineato come la frase ritenuta offensiva rappresentasse, in realtà, uno strumento retorico finalizzato ad evidenziare l’ambiguità del sistema di valori di tipo mafioso. Ambiguità che, dal punto di vista sociale, potrebbe condurre a conclusioni per le quali non può che negarsi, a determinati soggetti, il riconoscimento di taluni diritti che, però, neppure la Costituzione o le leggi ordinarie consentono di negare.

In altre parole, nel caso di specie, considerato che la reputazione è quel particolare patrimonio morale che la collettività riconosce ad un determinato soggetto – la sua stima pubblica – si dovrebbe ritenere che un soggetto condannato per aver preso parte, o addirittura capeggiato, un’associazione di tipo mafioso “sanguinaria e nefasta”[7], non goda, presso il consorzio sociale, di alcuna stima pubblica, con la conseguenza che l’aver ad egli rivolto appellativi offensivi, non può aver leso alcuna reputazione. Si giungerebbe, insomma, ad una forma di reato socialmente impossibile, non sostenibile in diritto né ricompresa in alcuna norma del sistema penalistico.

Il ragionamento, infatti, non convince la Suprema Corte, che ha sottolineato la inidoneità della finalità perseguita dall’autore – quella cioè di aggredire il sistema di controvalori tipici dell’associazione di tipo mafioso – a sacrificare un diritto fondamentale della persona.

E ciò, non tanto per la semplicistica considerazione che anche gli indagati, imputati e condannati per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. sono uomini e, in quanto tali, dotati della gamma di diritti irrinunciabili della personalità, ma per la più rilevante implicazione che pretende l’universalità del principio della finalità rieducativa della pena, solennemente proclamato dall’art. 27 comma 3 Cost. Tralasciando il sempiterno dibattito sull’utilità della pena detentiva, e sul rischio che essa stessa neghi quella finalità costituzionalmente prevista, deve certamente osservarsi che se il sistema di “valori-contro”, tipico dell’impegno civile – opposto al sistema di “contro-valori” dell’aggressione mafiosa – assume, quale asse di rotazione della pacifica convivenza, l’uguaglianza tra tutti i cittadini, essa non può essere poi negata, sol che si accerti che taluno si sia reso autore di delitti nefasti e socialmente ripugnanti, quale è quello dell’associazione di tipo mafioso.

Sul punto i giudici di legittimità evidenziano, infatti, che è proprio garantendo l’universalità dei diritti fondamentali che si testimonia la superiorità dell’ordinamento statuale rispetto ai sub-ordinamenti tipici della criminalità organizzata, imperniati sul sostanziale disprezzo della persona umana e sulla prevaricazione dei ruoli, anzitutto di tipo economico-finanziario.

6. Non deve, allora, destare stupore o scandalo la sentenza resa dalla Cassazione. Essa non rappresenta un “colpo di spugna” agli anni dell’attivismo sociale e dell’impegno civile contro le mafie. Nemmeno nega la celebre critica di chi – come Peppino Impastato[8] – ha urlato il suo dissenso, con la critica, l’arte e la cultura, nel corso della resistenza antimafiosa nella metà degli anni ’70.[9]

Semmai, rafforza l’impegno sociale del contrasto alle associazioni criminali in quanto fondato su un sistema costituzionale che, solo nella misura in cui è valorizzato ed attuato nel suo complesso ed erga omnes, è realmente capace di ridurre gli spazi di operatività delle mafie nella loro attività di conquista del consenso sociale.

[1] Così Cass. Pen., Sez. V, 3 novembre 2017, n. 50187

[2] Il delitto di diffamazione, punisce “chiunque fuori dai casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione (…)”. La clausola di esclusione dei casi di cui all’art. 594 c.p. comporta che la persona offesa non deve essere presente all’offesa, venendosi altrimenti ad integrare il reato di ingiuria, mentre il requisito della comunicazione con più persone impone che l’offesa sia comunicata ad almeno 2 persone.

I commi 2 e 3 dell’art. 595 c.p. prevedono poi due aggravanti ad effetto speciale e di gravità crescente, nel caso in cui l’offesa consista nell’attribuzione di un fatto determinato ovvero col “mezzo della stampa o con qualsiasi mezzo di pubblicità (…)”. La pena alternativa tra reclusione e multa, prevista formalmente in tutti i casi, è effettiva solo nell’ultimo, trovando altrimenti applicazione le sanzioni dei reati di competenza del giudice di pace (cfr. art. 52 d.lvo n. 274 del 2000). Nel sistema del codice, pertanto, la stampa è equiparata ad un qualsiasi mezzo di pubblicità, come può essere lo scritto sui muri, la radio, la televisione ovvero la comunicazione on line rivolta al pubblico. Così, G.I.P. Rovereto, sent. 19 novembre 2015, Gud. Dies, in E. Maschi – G. E. Vigevani, Ai confini della critica: dal Tribunale di Rovereto una lezione sul reato di diffamazione, www.penalecontemporaneo.it

[3] In realtà tra le ipotesi di esercizio del diritto si annovera anche il diritto di satira che, tuttavia, è ritenuto, dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritarie, manifestazione del diritto di critica, sebbene la satira, a differenza della critica, non mira a rappresentare una situazione in termini reali ma volutamente in chiave caricaturale.

[4]  Il riferimento è anzitutto alla nota sentenza “decalogo”, Cass. civ., Sez. I, 18 ottobre 1984, n. 5259, sui limiti del diritto di cronaca, individuati dal giudice di legittimità nella utilità sociale alla diffusione della notizia, nella sua verità e nella continenza del linguaggio.

[5] Così Cass. pen. sent. n. 3247/1995

[6]  In, Lessico del XXI Secolo (2013), www.treccani.it

[7] Cosi Cass. pen. Sez. V, 3 novembre 2017, n. 50187

[8] Poeta, scrittore, attivista del Partito della Democrazia proletaria, ucciso il 9 maggio 1978 a Cinisi, per ordine di Gaetano Badalamenti, capo mandamento di Cinisi, successivamente condannato alla pena dell’ergastolo proprio per la morte di Peppino Impastato.

© 2017 Spia al Diritto Designed by AD Web Designer

logo-footer