Cass. pen., Sez. I, 18 maggio 2017, n. 24834 (est. Talerico)

 

Massima:

La dichiarazione dell’illegittimità costituzionale della norma abrogante la disposizione incriminatrice non è suscettibile di ripercuotersi negativamente sulla posizione dell’imputato per un fatto commesso nel vigore della norma costituzionalmente illegittima, così da comportare la punizione del medesimo imputato per effetto della reviviscenza della norma penale nell’ordinamento giuridico. (Fattispecie relativa alla dichiarazione di incostituzionalità, ad opera della sentenza della Corte costituzionale n. 5 del 2014, dell’art. 2268 d.l. n. 66 del 2010, nella parte in cui, al comma primo, n. 297, aveva abrogato il reato di associazione paramilitare previsto dall’art. 1 del D.Lgs. n. 43 del 1948, nella quale la Corte ha precisato che l’applicazione della “lex mitior” che ha abrogato un reato, ancorché dichiarata incostituzionale, a fatti pregressi rispetto all’entrata in vigore di detta legge trova fondamento nel principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost.).

 

Ricognizione:

La Corte di Cassazione si interroga circa le modalità operative del principio di retroattività della lex mitior nell’ipotesi in cui venga dichiarata incostituzionale una norma penale di favore.

Quanto all’ipotesi in cui il fatto reato sia commesso sotto la vigenza della norma di favore poi dichiarata incostituzionale, è pacifico l’orientamento giurisprudenziale in base al quale non può riespandersi l’applicazione della pregressa disciplina sfavorevole, dovendosi riconoscere prevalenza al valore della libertà personale, sotteso agli artt. 13 e 25, comma 2, Cost., rispetto ai valori sottesi all’art. 136 Cost., che regola gli effetti conseguenti alla dichiarazione di incostituzionalità.

Dubbi permangono circa la soluzione praticabile nell’ipotesi in cui il fatto reato sia stato commesso prima dell’entrata in vigore della norme di favore poi dichiarata incostituzionale, sicché si rende necessaria una ricostruzione diacronica dell’evoluzione giurisprudenziale sul punto.

Si rammenta che la giurisprudenza costituzionale, a partire dalla sentenza n. 148/1983, ha ammesso la possibilità di un sindacato costituzionale su norme penali di favore. A fondamento di tale sindacato, i giudici della Consulta hanno richiamato l’esigenza di non istituire “zone franche” del tutto impreviste dalla Costituzione, all’interno delle quali il legislatore ordinario diventerebbe incontrollabile.

Di particolare rilievo, in tal senso, è anche la successiva sentenza n. 394/2006, ferma nel ribadire la possibilità, per il Giudice delle leggi, di sindacare le norme penali di favore, sindacato che non si pone in contrasto con il principio di riserva di legge di cui all’art. 25, comma 2 Cost., atteso che la Corte si limita a rimuovere una norma che si pone in contrasto con il quadro costituzionale, costituendo la riespansione della disciplina sfavorevole un effetto che scaturisce in via automatica da tale pronuncia. Del resto, qualora alla preclusione dello scrutinio di costituzionalità in malam partem fosse attribuito carattere assoluto, si determinerebbe una situazione palesemente incongrua, venendosi a riconoscere, in buona sostanza, che il legislatore è tenuto a rispettare i precetti costituzionali se effettua scelte di aggravamento del trattamento penale, mentre può violarli senza conseguenze, quando dalle sue opzioni derivi un trattamento più favorevole.

In considerazione di siffatte osservazioni, la predetta sentenza puntualizza che nell’ipotesi esaminata non può applicarsi la pregressa disciplina sfavorevole ai fatti commessi sotto la vigenza della norma dichiarata incostituzionale, per le ragioni già innanzi accennate.

Con la successiva sentenza n. 5/2014, la Corte costituzionale ha ulteriormente precisato che nessun limite al sindacato di costituzionalità potrebbe essere opposto quantomeno nell’ottica del principio di legalità – all’ammissibilità di pronunce in malam partem quando la norma penale sia censurata per un vizio formale del procedimento legislativo, come sarebbe per l’appunto il caso di una norma viziata per carenza o per eccesso di delega, posto che la norma affetta da tale vizio si pone al di fuori della riserva di legge e quindi viola i vincoli derivanti dall’art. 25 Cost., comma 2. 

Ciò posto, il Collegio evidenzia che la Corte costituzionale, attraverso tali pronunce, ha espressamente individuato nell’art. 3 Cost., e più specificatamente nel basilare principio di uguaglianza, il fondamento costituzionale del principio di retroattività più favorevole, che impone di equiparare il trattamento sanzionatorio dei medesimi fatti, a prescindere dalla circostanza che essi siano stati commessi prima o dopo l’entrata in vigore della norma che ha disposto l’abolitio criminis o la modifica mitigatrice. Tale principio può essere però oggetto di deroghe legittime, se sorrette dalla necessità di tutelare altri valori costituzionalmente rilevanti. Tuttavia, nessuna di tali pronunce ha espressamente statuito circa gli effetti intertemporali della deliberazione, demandando al giudice a quo la determinazione delle conseguenze applicative della reviviscenza della fattispecie incriminatrice nei giudizi principali.

Alla luce di tali principi può risolversi la questione specificamente esaminata dalla Suprema Corte. In particolare, deve osservarsi che, secondo la interpretazione convenzionalmente orientata “alla quale il giudice nazionale è tenuto a ispirarsi nella applicazione delle norme interne” (Cass. pen., Sez. Un., n. 27620/2016), il principio della irretroattività della legge penale involge e comprende in se il corollario della retroattività della lex mitior.

E, ancora, che ogni distinzione tra il fenomeno (fisiologico) della abrogazione della norma incriminatrice e quello (patologico) della dichiarazione della illegittimità costituzionale della norma recante la abolitio criminis non costituisce argomento spendibile per giustificare l’applicazione della disciplina sfavorevole ai fatti commessi sotto la vigenza della norma di favore dichiarata incostituzionale.

Consegue, allora, che la suddetta distinzione non è utilizzabile neppure per contrastare l’applicazione retroattiva della lex mitior (e/o legge abolitiva di reato) dichiarata incostituzionale in relazione ai fatti pregressi rispetto alla sua entrata in vigore, una volta stabilito – come è incontroverso – che il contenuto precettivo del principio nulla poena sine lege, o della irretroattività della legge penale, come sancito dall’art. 7, comma 1, CEDU e interpretato dalla Corte EDU, reca insito in sè l’effetto simmetrico della retroattività delle disposizioni favorevoli sopravvenute.

La contraria opinione, presupponendo la scissione dei due indicati principi si porrebbe quindi in contrasto con la corretta interpretazione convenzionalmente orientata del principio della irretroattività della legge penale (argomentazione poco chiara).

Quando, infatti, una norma ritenuta di favore rimane in vigore per un lungo periodo, essa trova applicazione per altri soggetti, i cui processi vengono definiti prima della dichiarazione di incostituzionalità della stessa: con la conseguenza che applicare alle persone – che per le più svariate ragioni, anche di legittima strategia processuale, sono state giudicate in epoca successiva – un diverso e più grave trattamento sanzionatorio, costituirebbe appunto violazione di uno dei capisaldi della nostra Costituzione: l’art. 3, comma 1 Cost., secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

In tal modo, la Suprema Corte contraddice (con motivazione non del tutto convincenti) il suo orientamento tradizionale, a guisa del quale i reati realizzati prima dell’entrata in vigore della legge incostituzionale sono destinati a permanere sotto l’imperio della disciplina in vigore al momento della loro commissione, non concretizzandosi alcuna indebita compressione della libertà personale dell’imputato, il quale ha avuto la possibilità di determinarsi alla luce di un quadro normativo che contemplava come reato la condotta per la quale è punito.

Del resto, i giudici della Cassazione omettono di citare un rilevante passaggio della menzionata sentenza n. 394/2006 della Corte costituzionale, in base al quale “Il nuovo apprezzamento del disvalore del fatto, successivamente operato dal legislatore, può giustificare – in chiave di tutela del principio di eguaglianza – l’estensione a ritroso del trattamento più favorevole, a chi ha commesso il fatto violando scientemente la norma penale più severa, solo a condizione che quella nuova valutazione non contrasti essa stessa con i precetti della Costituzione. La lex mitior deve risultare, in altre parole, validamente emanata: non soltanto sul piano formale della regolarità del procedimento dell’atto legislativo che l’ha introdotta e, in generale, della disciplina delle fonti (…); ma anche sul piano sostanziale del rispetto dei valori espressi dalle norme costituzionali. Altrimenti, non v’è ragione per derogare alla regola sancita dai citati art. 136, primo comma, Cost. e 30, terzo comma, della legge n. 87 del 1953”.

Riferimenti normativi: artt. 3, 11, 13, 25, 117, 136 Cost.; art. 7 Cedu; art. 49 Carta di Nizza; art. 2

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