Cass. pen., Sez. II, 7 settembre 2017, n. 40889 (est. Recchione)

Massima: L’incisione del giudicato a seguito dell’intervento di sentenza della Corte Europea può avvenire con lo strumento della revisione solo se si tratta di “eseguire” la specifica decisione emessa dalla Corte Edu nei confronti della medesima persona che ha ottenuto la condanna dello Stato italiano, e sempre che la restitutio in integrum sia effettuabile esclusivamente attraverso la riapertura e riedizione del processo”.

1) Premessa

Il legislatore italiano, ignorando i precisi moniti rivoltigli dalla Corte costituzionale[1], ha omesso di regolare la materia concernente i rapporti tra giudicato penale e intervenuta violazione, nel processo penale, dei principi stabiliti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo in materia di equo processo.

Tuttavia, l’art. 46 della Convenzione prevede, a carico degli Stati contraenti, la precisa obbligazione giuridica di conformarsi alle sentenze emesse dalla Corte Edu in riferimento alle vicende processuali delle quali sono parti. E la stessa giurisprudenza della Corte di Strasburgo ha specificato che la violazione dei principi cristallizzati dalla Convenzione non può essere sanzionata mediante la semplice imposizione allo Stato inadempiente di un obbligo risarcitorio in favore del condannato, apparendo invece indispensabile una più incisiva forma di tutela consistente nella vera e propria restituito in integrum, da realizzarsi attraverso una nuova celebrazione del processo[2].

Ebbene, prendendo atto del vuoto normativo, è intervenuta sul punto la Corte costituzionale con sentenza n. 113 del 4 aprile 2011. Il Giudice delle leggi ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 630 c.p.p. (per contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., adoperando, quale norma interposta, l’art. 46 in correlazione all’art. 6 CEDU) nella parte in cui non prevede un caso di revisione della sentenza di condanna al fine di conseguire la riapertura del processo, quando ciò sia necessario per conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte EDU[3]. In tal modo, la Consulta ha inteso valorizzare la portata precettiva dell’art. 46 CEDU, in base al quale gli Stati contraenti si impegnano “a conformarsi alle sentenze definitive della Corte (europea dei diritti dell’uomo) sulle controversie di cui sono parti”; norma che già in passato la Corte europea ha posto in collegamento con il precedente art. 41, che  impone agli Stati membri di rimuovere le conseguenze di una accertata violazione della Convenzione medesima, attraverso una sostanziale restituito in integrum che collochi l’interessato in una situazione equivalente a quella in cui si sarebbe trovato ove la Convenzione fosse stata rispettata[4].

 

2) Il fatto

Il ricorrente chiedeva la “revisione europea” (ex art. 630 c.p.p.) del processo, sebbene non vi fosse alcuna sentenza della Corte Edu emessa nei suoi confronti da eseguire; allegava a sostegno della pretesa la asserita omogeneità della sua posizione a quella del D., condannato italiano che aveva ottenuto dalla Corte di Strasburgo il riconoscimento della iniquità convenzionale del processo celebrato a suo carico, generata dalla riqualificazione del fatto in assenza di contraddittorio (Corte Edu, 11 dicembre 2007, Caso Drassich v. Italia).

Tale istanza veniva dichiarata inammissibile dalla Corte d’Appello di Catanzaro, evidenziando che il C. non si trovava nella medesima condizione giuridica del D., posto che, nel suo caso, non vi era stata una modifica della qualificazione giuridica del fatto, ma solo “un arricchimento fattuale della condotta ascritta all’imputato”.

Avverso tale provvedimento ricorreva per cassazione il difensore del C. che denunciava vizio di legge e di motivazione.

3) Ricognizione

La Corte di Cassazione conferma la soluzione adottata dai giudici di merito ma opera talune integrazioni e specificazioni del percorso motivazionale.

I giudici di legittimità rammentano che la “revisione europea” è stata introdotta con intervento additivo della Corte costituzionale, che ha ampliato l’ambito operativo dell’art. 630 c.p.p. (Corte cost. n. 113 del 2011), ed è un istituto funzionale ad “eseguire” le sentenze della Corte di Strasburgo che riconoscono vizi procedurali. Il riconoscimento della violazione convenzionale “piega” il giudicato interno, determinando, attraverso questa forma atipica di revisione, la riapertura del processo con lo scopo di emendare i vizi procedurali rilevati. Più precisamente, l’obiettivo dell’intervento additivo è quello di offrire al ricorrente uno strumento che lo ponga, per quanto possibile, in una situazione equivalente a quella in cui si troverebbe se non vi fosse stata una inosservanza della Convenzione. In tal modo, si garantisce un concreto riacquisto delle garanzie procedurali violate.

Tuttavia, secondo la Suprema Corte, la natura eminentemente “esecutiva” della revisione Europea e la sua funzionalizzazione all’emenda degli errores in procedendo rilevati dalla Corte Edu non sono compatibili con interpretazioni estensive dell’istituto, tendenti a consentire l’incisione di giudicati relativi a casi analoghi, nei quali è emerso un medesimo vizio procedurale.

Alla base del contenimento della revisione negli stretti limiti tracciati dalla Corte costituzionale si pone la difesa dell’istituto del giudicato, funzionale a garantire la stabilità delle situazioni processuali esaurite, quale presidio ineludibile della certezza del diritto.

La stabilità del giudicato è stata infatti difesa sia sul piano interno che su quello europeo. La giurisprudenza della Cassazione ha già avuto modo di precisare, quale principio di carattere generale, che il provvedimento che dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma ha efficacia “erga omnes” e forza invalidante, con conseguenze simili a quelle dell’annullamento, nel senso che essa incide anche sulle situazioni pregresse, sempre, però, che non si tratti di situazioni giuridiche “esaurite”, come sono quelle determinate dalla formazione del giudicato.

Sul fronte europeo, nel decidere il caso Scoppola, la Grande camera della Corte Edu ha precisato che la formazione del giudicato addirittura impedisce l’applicazione di eventuali pene sopravvenute più favorevoli.

Dunque, se la stabilità del giudicato è tutelata sia nei confronti degli interventi legislativi che nei confronti delle sentenze della Corte costituzionale che non producono abolitio criminis, certamente questa stabilità non può vacillare in relazione alle sentenze della Corte Europea, espressive di un “diritto” (in parte di matrice giurisprudenziale) di rango subcosticostizionale.

Infatti, come risaputo, le norme della Convenzione EDU non producono efficacia diretta e non consentono la disapplicazione delle norme interne con esse incompatibili, ma fungono esclusivamente da “parametro costituzionale interposto” (Corte cost., n. 49/2015).

È vero che in riferimento al “caso Scoppola” la Suprema Corte ha esteso l’efficacia della sentenza della Corte Edu ai casi analoghi; ma tale estensione è giustificata dal fatto che, in quel caso, la sentenza europea, non si era limitata a rilevare una violazione procedurale, ma aveva sancito l’illegittimità convenzionale della “pena”, che si colloca in un rapporto esecutivo tra Stato e condannato che si esaurisce solo con l’espiazione della pena stessa. In altre parole, l’espiazione della pena non può considerarsi una “situazione esaurita”, ma genera un rapporto processuale attuale e vitale.

Nel medesimo senso si pone la successiva sentenza “Gatto” della Corte di Cassazione (Cass. Pen., Sez. Un., n. 42858/2014), con la quale il massimo consesso ha stabilito che quando, successivamente alla pronuncia di una sentenza irrevocabile di condanna, interviene la dichiarazione d’illegittimità costituzionale di una norma incidente sul trattamento sanzionatorio, e quest’ultimo non è stato interamente eseguito, il giudice dell’esecuzione deve rideterminare la pena in favore del condannato. Si tratta anche in questo della presa d’atto della vitalità della fase esecutiva della sanzione, che non può quindi considerarsi indifferente alle dichiarazioni di incostituzionalità delle norme che disciplinano la definizione del trattamento sanzionatorio, dovendo la pena risultare conforme a legge per tutto il periodo della sua espiazione.

Ma da tale affermazione non può ricavarsi in alcun modo il riconoscimento, alle sentenze della Corte Edu, della capacità di incidere sulle “situazioni esaurite”, ovvero sui giudicati non sottoposti al suo diretto vaglio.

Nè tale estensione può considerarsi giustificata dal riconoscimento, alla sentenza europea, della natura di “sentenza pilota”.

A stretto rigore una sentenza può definirsi “pilota” quando la Corte Europea abbia attivato la procedura prevista dall’art. 61 del regolamento (della Corte Edu), che disciplina le ipotesi in cui si registri un numero significativo di ricorsi relativi al medesimo caso, o i fatti sottesi ad un ricorso rivelino l’esistenza di un problema strutturale o sistemico o altre disfunzioni dello Stato convenuto, che potrebbero generare ulteriori ricorsi. In tali casi, la Corte stessa può individuare i ricorsi di questo tipo e trattarli in via prioritaria, rinviando l’esame dei casi omogenei e, dunque, autoselezionando la sentenza da qualificare come “pilota”.

Tuttavia, tale sentenza non va mai a colpire situazioni processuali esaurite, ma si rivolge soltanto a violazioni attuali, dato che implica il congelamento dei ricorsi pendenti e la predisposizione di misure generali per impedire ricorsi futuri.

Dunque, sulla scorta di tali considerazioni, deve conclusivamente ritenersi che l’intervento di una sentenza della Corte Edu che rileva un vizio procedurale non legittima la revisione di processi già conclusi relativi a casi analoghi che non sono stati sottoposti al vaglio della Corte sovranazionale. E ciò in quanto, come già innanzi precisato, gli interventi della Corte Edu non hanno alcuna idoneità ad incidere sui giudicati formatisi in riferimento a situazioni “esaurite” diverse da quelle che sono state giudicate a Strasburgo.

Dunque, la revisione europea non è utilizzabile: a) per la riapertura del processo in casi asseritamente “analoghi” e relativi a situazioni processuali esaurite; b) per la correzione di violazioni in relazione alle quali non sia necessario ripetere l’accertamento processuale, ma sia possibile emendare il difetto rilevato nel caso di specie dalla Corte Europea attraverso un intervento del giudice dell’esecuzione; c) per dare attuazione a c.d. “sentenze pilota” che non incidano su rapporti in corso, tra i quali si annovera il rapporto tra Stato e condannato durante l’esecuzione della pena.

 

4) Considerazioni conclusive

Nel corso dell’ultimo decennio, la consacrazione costituzionale del principio della retroattività della legge penale favorevole ha determinato il progressivo indebolimento dell’istituto del giudicato[5], in ossequio all’esigenza di tutelare il bene fondamentale della libertà personale, cristallizzato dall’art. 13 della Carta fondamentale.

Detto processo di scardinamento prende avvio su base normativa, allorquando il legislatore, nel recepimento delle istanze egalitaristiche manifestate dalla dottrina più avvertita, con L. n. 85/2006, ha introdotto l’attuale comma 3 nella struttura dell’art. 2 c.p.; difatti, detto intervento consente la frantumazione del giudicato qualora una modifica legislativa sopravvenuta sostituisca, per un determinato reato, la pena pecuniaria alla pena detentiva, apparendo irragionevole l’applicazione di sanzioni differenziate per fatti sostanzialmente identici.

L’avvertita esigenza di uniformare il trattamento sanzionatorio previsto per fatti connotati dal medesimo disvalore, ma commessi in tempi differenti, sorregge, peraltro, i più recenti approdi ermeneutici relativi all’incidenza sul giudicato delle sentenze dichiarative dell’illegittimità costituzionale di una circostanza aggravante.

In verità, l’orientamento tradizionale negava con fermezza la portata retroattiva di detta tipologia di interventi, evidenziando l’eterogeneità di tali situazioni rispetto a quelle espressamente descritte all’interno dell’art. 673 c.p.p. e dell’art. 30, L. n. 87/1953, che fanno riferimento all’abolizione ed alla dichiarazione di incostituzionalità dell’intera norma incriminatrice[6].

Tale ricostruzione restrittiva non è però condivisa dalla più recente giurisprudenza di legittimità. In particolare, i giudici di nomofilachia sono giunti ad affermare che la dichiarazione di incostituzionalità di una circostanza aggravante, determinando la contrarietà ai parametri costituzionali di un determinato trattamento sanzionatorio, lascia emergere le medesime istanze egalitaristiche che sorreggono la previsione legislativa di cui all’art. 2, comma 3 c. p. Invero, se il legislatore ha considerato superabile il giudicato nell’ipotesi in cui la sanzione penale, lungi dall’essere eliminata, sia solo convertita in una tipologia differente, tanto più detto giudicato deve considerarsi scardinabile laddove la sanzione (in realtà parte di essa) sia espunta retroattivamente, perché contrastante con i valori sui quali si regge l’intero ordinamento[7]. Del resto, ove si opinasse diversamente, si proseguirebbe nell’esecuzione di una pena non conforme ai parametri normativi, con conseguente violazione del principio di legalità.

Sulla scorta di tali considerazioni, si è valorizzato il potere di rideterminazione della pena di cui all’art. 666 c.p.p., quale strumento che consente al giudice dell’esecuzione di rimodulare il trattamento sanzionatorio in itinere onde adeguare lo stesso al quadro normativo conseguente alla pronuncia di incostituzionalità.

Del medesimo principio si è fatta applicazione anche nell’ipotesi in cui la dichiarazione di incostituzionalità della norma sanzionatoria consegua alla violazione di principi ipostatizzati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, elevati al rango di “parametro costituzionale interposto” dall’art. 117, comma 1, Cost.[8] Ancora una volta, operando un bilanciamento tra il valore costituzionale della intangibilità del giudicato ed il diritto fondamentale e inviolabile alla libertà personale, si è ritenuto che la tutela del secondo debba ragionevolmente prevalere sul primo.

Valga ancora notare che il dogma del giudicato ha fatto degli ulteriori passi indietro dinanzi all’incedere del diritto comunitario. In particolare, ci si è interrogati circa la possibilità di riconoscere efficacia retroattiva, a scapito del giudicato, alle sentenze della Corte di giustizia UE che dichiarino l’illegittimità comunitaria di una norma penale incriminatrice. Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità, particolarmente incline ad assicurare la primazia del diritto di matrice eurounitaria, si è espressa positivamente, evidenziando che la dichiarazione di anticomunitarietà della norma penale, proveniente dal Supremo Consesso europeo, deve considerarsi equiparabile all’“abrogazione sostanziale” della norma stessa, così giustificando l’applicazione analogica dell’art. 2, comma 2, c.p. e dell’art. 673 c.p.p.[9]

Infine, come già innanzi accennato, tale percorso di progressiva compenetrazione del diritto sovranazionale nel diritto interno è proseguito attraverso la summenzionata sentenza n. 113/2011 della Corte costituzionale che, attraverso un’operazione additiva, ha congegnato il rimedio della “revisione europea”, indebolendo ulteriormente il giudicato penale[10].

Orbene, ad esito di tale percorso, con la pronuncia in epigrafe, la Suprema Corte pone un freno al processo di scardinamento del giudicato, realizzando un sapiente bilanciamento dei contrapposti interessi in gioco.

Dall’analisi della descritta evoluzione giurisprudenziale emerge un dato di fondo: l’indebolimento del giudicato risulta costantemente legato alla necessità di salvaguardare, attraverso la vivificazione del principio di retroattività della lex mitior, il diritto fondamentale alla libertà personale, dinanzi al quale recede anche il bene giuridico della certezza del diritto, destinato fatalmente ad occupare un gradino più basso nella gerarchia costituzionale.

Tuttavia, lo spettro operativo della “revisione europea” è stato congegnato dalla Corte costituzionale in riferimento ad ipotesi in cui la giurisprudenza della Corte EDU ha riscontrato una violazione procedurale, ma non necessariamente una diretta conculcazione della libertà personale. Ben differente è invece la situazione in cui si tratti di modificare un giudicato che, dando luogo all’esecuzione di un trattamento sanzionatorio fondato su di una norma incostituzionale, concretizza una diretta compromissione del diritto fondamentale di cui all’art. 13 Cost. Peraltro, in tale ultima ipotesi, il giudicato presenta una minore resistenza in quanto la vicenda processuale non può considerarsi del tutto esaurita.

Del resto, come osservato da accorta dottrina, solo violazioni di carattere sostanziale possono avere quel carattere di sistematicità all’interno dell’ordinamento penale che giustifica l’estensione a casi analoghi attraverso la flessione del giudicato. Al contrario, “l’accertamento di violazioni di carattere processuale non può che dipendere, nel giudizio davanti alla Corte europea, dalle specificità della situazione concreta del ricorrente, sicché esso appare di per sé insuscettibile di estensione a soggetti che, pur lamentando una violazione dello stesso tipo, non abbiano personalmente adito il giudizio di Strasburgo[11].


[1] Corte cost., 30 aprile 2008, n. 129.

[2] Corte EDU, 19 giugno 2004, Somogyi c. Italia.

[3] R. Garofoli, Manuale di diritto penale. Parte genarale. XIII edizione, Roma, 2016, 41 – 43. Circa le soluzioni adottate nella fase anteriore alla summenzionata sentenza della Corte costituzionale, E. Lupo, La vincolatività delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo per il giudice interno e la svolta recente della Cassazione civile e penale, in Cass. pen., 5, 2007, 2247 ss.; A. Mangiaracina, La revisione del giudicato penale a seguito di una pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo. La progettualità italiana e l’esperienza del Regno Unito, in Riv. it. dir. e proc. pen., 3, 2006, 982 ss.

[4] E. Aprile, I “meccanismi” di adeguamento alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo nella giurisprudenza penale di legittimità, in Cass. pen., 9, 2011, 3216 ss.

[5] Quanto alla rilevanza costituzionale o meno dell’istituto del giudicato penale, cfr. G. Dean, Ideologie e modelli dell’esecuzione penale, Torino, 2005, 45 ss.; F. Callari, La firmitas del giudicato penale. Essenza e limiti, Milano, 2009, 156 ss.; Corte cost., 18 luglio 2013, n. 210. Per una riflessione più ampia sul ruolo affidato al giudicato penale all’alba dell’entrata in vigore del codice del 1988, D. Iacobbi, La nuova dimensione del giudicato penale ed i poteri del giudice di “modificare” le statuizioni della sentenza, in Cass. pen., 6, 2007, 2675 ss.; G. Gennaro, Giudicato penale ed esecuzione flessibile, in Dir. pen. proc., 2, 1998, 252 ss.

[6] Cass. pen., Sez. VI, 4 aprile 1995, n. 3577; Cass. pen., Sez. I, 11 luglio 2012, n. 27640.

[7] Cass. pen., Sez. Un., 14 ottobre 2014, n. 42858. Per una considerazione critica circa l’instabilità del diritto penale di fronte alla portata retroattiva della lex mitior, M. Tolomelli, Giudicato penale e lex mitior ex art. 7 CEDU: argomenti a difesa della stabilità della preclusione, in Cass. pen., 7 – 8, 2014, 2716 ss.; cfr. anche B. Nacar, I “nuovi” poteri del giudice dell’esecuzione di rideterminazione della pena illegittima, in Dir. pen. proc., 2, 2016, 177 ss.

[8] Cass. pen., Sez. Un., 7 maggio 2014, n. 18821. Per approfondimenti sul punto, N. Canzian, Il (superato) limite del giudicato e l’ampiezza dei poteri del giudice dell’esecuzione a fronte dell’incostituzionalità della cornice edittale: prime pronunce a seguito della sent. n. 32/2014, in www.penalecontemporaneo.it, 15 maggio 2014.

[9] Cass. pen., Sez. I, 29 aprile 2011, n. 20130. Nel caso di specie, i giudici di legittimità hanno precisato che la condotta di ingiustificata inosservanza dell’ordine di allontanamento del questore posta in essere prima della scadenza dei termini per il recepimento della direttiva 2008/115/CE non è più prevista dalla legge come reato a seguito della sentenza della CGUE relativa al caso El Dridi c. Italia, che ha affermato l’incompatibilità della norma incriminatrice di cui all’art. 14, comma 5ter, D.Lgs. n. 286/1998 con la predetta normativa comunitaria, determinando l’“abrogazione sostanziale” di tale fattispecie; cfr. R. Garofoli, Manuale di diritto penale, cit., 208. Ciò nondimeno, la soluzione ipotizzata solleva delle perplessità nella misura in cui non esporta nell’area penale le coordinate ermeneutiche tracciate dalla sentenza Olimpiclub della Corte di giustizia UE, che, in riferimento all’ipotesi di contrasto del giudicato con una norma comunitaria, ha sostenuto la disapplicabilità dell’art. 2909 c.c. ma con esclusivo riferimento agli effetti esterni prodotti dal giudicato stesso.

[10] Per un’opinione critica circa gli approdi di tale percorso giurisprudenziale, V. Manes, Il ruolo “poliedrico” del giudice penale, tra spinte di esegesi adeguatrice e vincoli di sistema, in Cass. pen., 5, 2014, 1918 ss., il quale evidenzia come oggi interi plessi disciplinari, tra i quali campeggia il settore dell’esecuzione penale, siano affidati ad una totale definizione giurisprudenziale, in un processo che apre al rischio di continue fluttuazioni giurisprudenziali e dinanzi al quale emerge la necessità di introdurre strumenti sistematici di garanzia che vadano a controbilanciare la crescente perdita di “potere definitorio” della dogmatica. Cfr. G. Canzio, Giudicato “europeo” e giudicato penale italiano: la svolta della Corte costituzionale, in AIC (rivista telematica), 2, 2011. Circa le soluzioni adottate nella fase anteriore alla summenzionata sentenza della Corte costituzionale, E. Lupo, La vincolatività delle sentenze della Corte europea, cit., 2247 ss.

[11] S. Bernardi, La Suprema Corte torna sui limiti di operabilità dello strumento della “revisione europea”: esclusa l’estensibilità ai “fratelli minori” del ricorrente vittorioso a Strasburgo, in www.penalecontemporaneo.it, 26 settembre 2017. Tale opinione è stata espressa anche da F. Giuffrida, G. Grasso,  L’incidenza sul giudicato interno delle sentenze della Corte europea che accertano violazioni attinenti al diritto penale sostanziale, in www.penalecontemporaneo.it, 25 maggio 2015, 19.[/column]

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